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Faccio Adele - 29 dicembre 1992
Adele Faccio: partorire è un lusso
Il simbolo delle battaglie femministe all'attacco: il maschio non è padrone della vita
SOMMARIO: Sulla proposta del presidente del Consiglio Giuliano Amato di rimettere in discussione la legislazione sull'aborto viene intervistata Adele Faccio che respinge ogni tentativo di tornare indietro. Non solo in Italia, ma anche in Francia e negli Usa avanza il tentativo »dei maschi di ristabilire il loro potere sulle donne, rappresentato dal potere di metterle incinte . »Partorire è il più gigantesco atto d'amore che ci sia e non tutte sono nelle condizioni fisiche, psicologiche e ambientali per compierlo
(IL GIORNALE, 29 dicembre 1992)
»Siamo pronte tutte, noi donne, a tornare in piazza per difendere il diritto-dovere all'aborto . Adele Faccio, simbolo di tutte le più radicali battaglie abortiste, dopo le dichiarazioni di Amato ha riscoperto la grinta di una volta. Quasi un fuoco »sacro , che le fa dire: »Sono andata anche in galera, volontariamente, per questa legge. La 194 non e proprio quello che volevamo, soprattutto perché non è riuscita a diffondere la contraccezione. Ma di tornare indietro non si parla proprio. Le donne non sono più disposte a far figli come pecore .
D. - E' preoccupata per questa ondata revisionista?
R. - Si molto. Non e un fatto che riguarda solo l'Italia Sono tornata dalla Francia poco tempo fa e anche lì ho sentito questi discorsi. Negli Stati Uniti è lo stesso. Sono terrorizzata da quel che sta accadendo. Dietro c'è una volontà precisa dei maschi di ristabilire il loro potere sulle donne, rappresentato dal potere di metterle incinte. Da millenni i maschi sono abituati ad essere padroni della vita, forse inconsapevolmente. E non si arrendono di fronte alle conquiste femminili .
D. - Ma questa legge, anche secondo Pannella, non funziona per molti aspetti. Modificarla non potrebbe essere un bene?
R. - »La legge non c'entra. Nessuno dovrebbe ficcare il naso in una questione squisitamente femminile. Certo, se la coppia va d'accordo, anche il padre deve dire la sua. Ma se non e così, solo la madre ha il diritto di scegliere se dare la vita o no. Partorire è il più gigantesco atto d'amore che ci sia e non tutte sono nelle condizioni fisiche, psicologiche e ambientali per compierlo .·
D. - Ma parlando così non si toglie a quell'atto tutta la sua naturalità? Non lo si rende più difficile da accettare?
R. - Proprio questo è l'errore culturale che per secoli ha imprigionato la donna: fare un figlio è nell'ordine della natura. Lo è, d'accordo. Ma oggi, con i problemi spaventosi che affliggono l'umanità, si può aver paura di accettare una gravidanza .
D. - E basta la paura, per rifiutare un figlio? Non si può vincerla?
R. - »Se una donna ha paura già vuol dire che non è in grado di fare un figlio. Vale la pena di vincersi? Quante pessime madri ci sono in giro per quest'errore? No, bisogna pensarci bene, essere sicure prima di accettare la maternità. Alcune, come me, hanno avuto il lusso di potersi concedere un figlio. Altre non hanno questa possibilità .
D. - E' un lusso diventare madre?
R. - »Certamente. L'aborto è da evitare al massimo con una contraccezione diffusa e sicura. Ma la donna deve avere questa possibilità che la cultura, la società, la Chiesa, la cosiddetta "morale" vogliono ancora negarle .
a.m.g.
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sabato 2 febbraio 2008
venerdì 16 novembre 2007
Tassista 78enne violenta minore disabile:
pena sospesa perché «il fatto è di lieve entità»
articolo tratto da Il Messaggero
CAMPOBASSO (15 novembre) - Ha violentato ripetutamente una minorenne disabile e con problemi psichici a Campomarino, in provincia di Campobasso, mentre l'accompagnava in taxi a scuola. Per i giudici della Corte d'appello, però, il «fatto è di lieve entità» e l'uomo non sconterà la pena in carcere. M. B., tassista di 78 anni, è stato condannato in secondo grado a due anni di reclusione per violenza sessuale, ma ha ottenuto la sospensione della pena e non farà nemmeno un giorno in cella.
Per due mesi, durante il tragitto dall'abitazione della ragazza alla scuola, il tassista fermava il mezzo e la molestava negli androni di alcuni palazzi. I giudici di Campobasso primo hanno ridotto a due anni la condanna di primo grado (di tre anni e otto mesi), dopo un'ora e mezzo di litigi in camera di consiglio, secondo quanto ha riferito il difensore del tassista, Antonio De Michele. Poi, hanno deciso di sospenderla.
La sentenza ha suscitato molte polemiche tra i familiari della giovane violentata per due mesi da M. B. Lo stesso avvocato difensore del tassista è stato colto di sorpresa dalla decisione dei giudici. «O si sarebbe dovuto assolvere il cliente non ritenendo valido il racconto e le accuse della ragazza - ha detto De Michele -, altrimenti si sarebbe dovuto confermare la condanna di primo grado. Liquidare invece un rapporto sessuale contro la volontà della giovane come “un fatto non grave” lascia perplessi».
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DIRITTI UMANI,
femminismo,
in-giustizia
Violenta disabile,giudici:”Fatto lieve”
15/11/2007 20:14
Violenta disabile,giudici:”Fatto lieve”
20.14
Violenta disabile,giudici:”Fatto lieve”
Aveva violentato una disabile minorenne
con problemi psichici a Campomarino
(Campobasso) più volte in due mesi,men-
tre l’accompagnava in taxi a scuola:non
andrà in carcere.
Il tassista, 78 anni, è stato condanna-
to in primo grado a 3 anni e 8 mesi di
reclusione, ma la Corte d’Appello di
Campobasso, pur avendo riconosciuto la
violenza sessuale, non solo ha ridotto
la pena a due anni, ma ha deliberato la
sospensione della pena perché per i
giudici “il fatto è di lieve entità”.
Violenta disabile,giudici:”Fatto lieve”
20.14
Violenta disabile,giudici:”Fatto lieve”
Aveva violentato una disabile minorenne
con problemi psichici a Campomarino
(Campobasso) più volte in due mesi,men-
tre l’accompagnava in taxi a scuola:non
andrà in carcere.
Il tassista, 78 anni, è stato condanna-
to in primo grado a 3 anni e 8 mesi di
reclusione, ma la Corte d’Appello di
Campobasso, pur avendo riconosciuto la
violenza sessuale, non solo ha ridotto
la pena a due anni, ma ha deliberato la
sospensione della pena perché per i
giudici “il fatto è di lieve entità”.
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sabato 3 novembre 2007
IL PAPA IN FARMACIA
Secondo l'attuale Pontefice i farmacisti, importanti intermediari tra medici e pazienti, avrebbero un «diritto riconosciuto» all'obiezione di coscien/a in caso sia loro richiesta la vendita di farmaci cori «chiari scopi immorali, come l`aborto e l`eutanasia». Non basta: agli stessi farmacisti spetta il compito di far conoscere le implicazioni etiche di alcuni farmaci, non essendo possibile anestetizzare le coscienze circa gli effetti di molecole che hanno lo scopo di evitare l'annidamento di un embrione o di cancellare la vita di una persona. Per fortuna che il coito interrotto non si vende in farmacia, qualcosa di utile ci rimarrà pur sempre a disposizione. Ritengo infatti improbabili, per ragioni di praticità, i controlli notturni di farmacisti cattolici muniti di apposita lanterna.
Dico questo, perché qui ci sta l`intera gamma delle metodologie anticoncezionali: la pillola classica, la pillola del giorno dopo, la minipillola, la spirale intrauterina, i vari progestinici deposito, tutto o quasi. Posso immaginare una sola conseguenza, a un disastro come questo: raddoppieranno gli aborti. Qualcuno potrebbe pensare che ho esagerato nell`elencare i metodi che sarà per lo meno molto difficile utilizzare se verrà varata una legge che renderà attuabile l`obiezione di coscienza dei farmacisti, ma non è così: c`è un medico cattolico, del quale non voglio citare il nome (ma che qualsiasi navigatore di Internet saprà riconoscere) che asserisce che anche la pillola classica agisce, di tanto intanto, impedendo l`impianto di un embrione, e anche se penso che la cosa accada assai raramente (avrei scritto, in una differente occasione, a ogni morte di papa) immagino che possa anche essere vero, soprattutto per che crede nell`esistenza del diavolo. Cerco invece di spiegare, da anni, senza alcun successo, che la pillola post-coitale non ha niente a che fare con l`inibizione dell`impianto e mi permetto di affermare che chi sostiene il contrario è in perfetta malafede. Potete trovare tutta la bibliografia medica dalla quale ricavo questa certezza in uno dei miei libri più recenti, anche se ammetto che questa mia apparente sicumera si basa sull`attuale consenso scientifico, che potrebbe modificarsi in un avvenire più o meno vicino: ma questa è la scienza medica, che di verità ne conosce ben poche e che si basa sui risultati delle sperimentazioni de delle ricerche. Ripropongo il concetto in questi termini: chi ritiene, allo stato attuale delle conoscenze, che la pillola dei giorno dopo inibisca l`annidamento dell`embrione (notate intanto che nessuno dice più che è abortiva) o dice bugie, o ignora la verità, o è stato mal informato (magari a bella posta).
Mi rendo conto di esagerare nel pessimismo: perché i farmacisti si possano dichiarare obiettori di coscienza e rifiutarsi, ad esempio, di vendermi la liquirizia (da ragazzo mi provocava interessanti sogni umidi, molto molto immorali) ci vuole una legge apposita, per il momento conta quanto ha dichiarato Caprino, segretario nazionale di Federfarma, che cioè «i farmacisti hanno l`obbligo di legge, dietro prescrizione medica, a consegnare il farmaco o a consegnarlo, se non disponibile, nel più breve tempo possibile» , per cui l`obiezione di coscienza per i farmacisti «è inattuabile in Italia come in ogni altro Paese». Resta solo da capire se la sollecitazione del Papa è rivolta ai legislatori (preparate in fretta una legge che lo consenta) o ai farmacisti (violate la legge, ne avete il diritto morale). Questa seconda possibilità mi turba e mi stimola insieme: un Papa che invita a scegliere la via dell'illegalità è più di quanto avrei mai potuto sperare, mi autorizza a pensare in grande, parla alla parte più oscura della mia coscienza, già fondamentalmente anarchica. Per chiarezza, mi limito a ricordare al Pontefice che al mo- mento, in questo Paese, sono autorizzate solo alcune obiezioni di coscienza: per il servizio militare (obsoleta); per la sperimentazione sugli animali; per la legge 194 sull'interruzione di gravidanza; per la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Debbo ammettere, a questo punto, che questo ennesimo proclama pontificio non mi pare particolarmente azzeccato, sono certo che sa fare di meglio. Mi dà però l'occasione di parlare di alcune cose e ne approfitto. La prima cosa riguarda tutti i moralisti, inclusi quelli laureati in farmacia: capisco i grandi turbamenti che vi procura l'uso di farmaci sulle cui interferenze con la fertilità non tutto è perfettamente chiaro, e capisco l'ansia di perfezione e la ricerca di un pò di martirio personale che vi impongono di rifiutare persino il ricorso al principio di precauzione, ma mi chiedo come mai vi accanite su una povera compressa progestinica, della cui moralità posso darvi le più ampie garanzie, mentre non vi turba minimamente il fatto che un gran numero delle nostre nuove cittadine assumono chili di prostaglandine - acquistate in farmacia, non esiste un mercato clandestino - e poi abortiscono, alla faccia della morale e della legge, finendo spesso in ospedale a causa dei terribili effetti collaterali di questo farmaco. Queste povere donne vengono in farmacia con una regolare ricetta e dichiarano di soffrire di mal di stomaco: a nessun farmacista è mai venuto un briciolo di sospetto? A nessun moralista è passato per la mente che le ulcere gastriche sono diventate stranamente endemiche tra e prostitute rumene? Le prostaglandine sono incluse nell`elenco dei farmaci ai quali il Pontefice allude? Il secondo problema riguarda una mia personale curiosità di bioeticista. Negli ultimi tempi, discutendo con i miei colleghi cattolici sui problemi etici della procreazione assistita, mi è stato detto più volte che in realtà l`antico ostacolo della dignità della procreazione (cioè l`obbligo di non separare mai la vita sessuale da quella riproduttiva) non è poi più così fonda- mentale. Oggi, leggendo le ultime esternazioni del Pontefice, non trovo più alcun accenno alla condanna dei mezzi contraccettivi che si limitano a offendere questa dignità (i farmacisti ogni tanto vendono preservativi e diaframmi). È un caso? State cercando di dirmi qualcosa che io, per ottusìtà personale, non riesco a capire? Un po` di luce, per favore. Il terzo e ultimo problema riguarda - e non sarà certamente l`ultima volta che ne parliamo - questa questione dell`embrione "uno di noi". Recentemente ho raccontato, su vari giornali, la storia del referendum che è stato tenuto in Irlanda del 2002 per cambiare, su proposta del Governo, la norma costituzionale che stabilisce che la protezione della vita nascente comincia dal primo momento del concepimento. Se il referendum avesse avuto successo - il che non è stato anche se per una manciata di voti - la nuova norma sarebbe stata molto diversa, perché avrebbe posposto l`inizio della protezione al momento dell`impianto dell`embrione nell`utero della madre. Le conseguenze di questa modifica sarebbero state straordinarie e tutte contrarie alle posizioni ribadite dal Pontefice nella sua recente dichiarazione: sarebbe stata lecita ogni forma di inibizione dell`impianto, compresa quella attribuita alla spirale e alla pillola del giorno dopo, e sarebbero state autorizzate le ricerche sull`embrione in vitro, gli studi sulle staminali embrionali e le indagini genetiche pre-impiantatorie. Questo, tra l`altro, è proprio quel personalismo che John Bryant e John Searle definiscono relazionale, che non attribuisce né alla biologia né alle prestazioni funzionali il carattere dirimente della persona. Secondo questa ipotesi, molto amata da alcuni evangelici, sono le relazioni a rappresentare un tratto riassuntivo e qualificante, perché legano tra loro biologia e biografia della persona e rappresentano il passaggio di una soglia significativa anche secondo un`ottica teologica: dal momento in cui si connette con quella della madre, l`esistenza dell`embrione si collega con la comunità degli uomini. Spero di avervi almeno incuriositi. Ebbene la ragione di questa lunga digressione è legata al fatto che tutto l`episcopato irlandese, ripeto, tutto, vescovi ausiliari inclusi, si è schierato con il massimo fervore possibile in favore della modifica e, perciò, del personalismo relazionale, della pillola del giorno dopo, della spirale, delle staminali embrionarie eccetera, eccetera, eccetera. Ebbene, nessuno, fino a questo momento, ha commentato questi fatti. Ho però il diritto di avere qualche chiarimento. Non erano, i vescovi irlandesi, l`espressione più alta (si fa per dire) del cattolicesimo intransigente? Cosa capisce, a questo punto, un povero cristiano? Non è d`abitudine cosa migliore fare le pulizie in casa, prima di uscire a spazzare in cortile? Se poi qualche compagno vorrà sapere quali sono le ipotesi che sono state fatte su questa scelta dell`episcopato irlandese, così peculiare e così inattesa, mi scriva, gli risponderò personalmente, voglio evitare scandali pubblici. Anche se, a dire il vero, da quando un grande filosofo cattolico mi ha spiegato che l`inferno è anticostituzionale, mi sento molto più tranquillo.
di Carlo Flamigni
Dico questo, perché qui ci sta l`intera gamma delle metodologie anticoncezionali: la pillola classica, la pillola del giorno dopo, la minipillola, la spirale intrauterina, i vari progestinici deposito, tutto o quasi. Posso immaginare una sola conseguenza, a un disastro come questo: raddoppieranno gli aborti. Qualcuno potrebbe pensare che ho esagerato nell`elencare i metodi che sarà per lo meno molto difficile utilizzare se verrà varata una legge che renderà attuabile l`obiezione di coscienza dei farmacisti, ma non è così: c`è un medico cattolico, del quale non voglio citare il nome (ma che qualsiasi navigatore di Internet saprà riconoscere) che asserisce che anche la pillola classica agisce, di tanto intanto, impedendo l`impianto di un embrione, e anche se penso che la cosa accada assai raramente (avrei scritto, in una differente occasione, a ogni morte di papa) immagino che possa anche essere vero, soprattutto per che crede nell`esistenza del diavolo. Cerco invece di spiegare, da anni, senza alcun successo, che la pillola post-coitale non ha niente a che fare con l`inibizione dell`impianto e mi permetto di affermare che chi sostiene il contrario è in perfetta malafede. Potete trovare tutta la bibliografia medica dalla quale ricavo questa certezza in uno dei miei libri più recenti, anche se ammetto che questa mia apparente sicumera si basa sull`attuale consenso scientifico, che potrebbe modificarsi in un avvenire più o meno vicino: ma questa è la scienza medica, che di verità ne conosce ben poche e che si basa sui risultati delle sperimentazioni de delle ricerche. Ripropongo il concetto in questi termini: chi ritiene, allo stato attuale delle conoscenze, che la pillola dei giorno dopo inibisca l`annidamento dell`embrione (notate intanto che nessuno dice più che è abortiva) o dice bugie, o ignora la verità, o è stato mal informato (magari a bella posta).
Mi rendo conto di esagerare nel pessimismo: perché i farmacisti si possano dichiarare obiettori di coscienza e rifiutarsi, ad esempio, di vendermi la liquirizia (da ragazzo mi provocava interessanti sogni umidi, molto molto immorali) ci vuole una legge apposita, per il momento conta quanto ha dichiarato Caprino, segretario nazionale di Federfarma, che cioè «i farmacisti hanno l`obbligo di legge, dietro prescrizione medica, a consegnare il farmaco o a consegnarlo, se non disponibile, nel più breve tempo possibile» , per cui l`obiezione di coscienza per i farmacisti «è inattuabile in Italia come in ogni altro Paese». Resta solo da capire se la sollecitazione del Papa è rivolta ai legislatori (preparate in fretta una legge che lo consenta) o ai farmacisti (violate la legge, ne avete il diritto morale). Questa seconda possibilità mi turba e mi stimola insieme: un Papa che invita a scegliere la via dell'illegalità è più di quanto avrei mai potuto sperare, mi autorizza a pensare in grande, parla alla parte più oscura della mia coscienza, già fondamentalmente anarchica. Per chiarezza, mi limito a ricordare al Pontefice che al mo- mento, in questo Paese, sono autorizzate solo alcune obiezioni di coscienza: per il servizio militare (obsoleta); per la sperimentazione sugli animali; per la legge 194 sull'interruzione di gravidanza; per la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita. Debbo ammettere, a questo punto, che questo ennesimo proclama pontificio non mi pare particolarmente azzeccato, sono certo che sa fare di meglio. Mi dà però l'occasione di parlare di alcune cose e ne approfitto. La prima cosa riguarda tutti i moralisti, inclusi quelli laureati in farmacia: capisco i grandi turbamenti che vi procura l'uso di farmaci sulle cui interferenze con la fertilità non tutto è perfettamente chiaro, e capisco l'ansia di perfezione e la ricerca di un pò di martirio personale che vi impongono di rifiutare persino il ricorso al principio di precauzione, ma mi chiedo come mai vi accanite su una povera compressa progestinica, della cui moralità posso darvi le più ampie garanzie, mentre non vi turba minimamente il fatto che un gran numero delle nostre nuove cittadine assumono chili di prostaglandine - acquistate in farmacia, non esiste un mercato clandestino - e poi abortiscono, alla faccia della morale e della legge, finendo spesso in ospedale a causa dei terribili effetti collaterali di questo farmaco. Queste povere donne vengono in farmacia con una regolare ricetta e dichiarano di soffrire di mal di stomaco: a nessun farmacista è mai venuto un briciolo di sospetto? A nessun moralista è passato per la mente che le ulcere gastriche sono diventate stranamente endemiche tra e prostitute rumene? Le prostaglandine sono incluse nell`elenco dei farmaci ai quali il Pontefice allude? Il secondo problema riguarda una mia personale curiosità di bioeticista. Negli ultimi tempi, discutendo con i miei colleghi cattolici sui problemi etici della procreazione assistita, mi è stato detto più volte che in realtà l`antico ostacolo della dignità della procreazione (cioè l`obbligo di non separare mai la vita sessuale da quella riproduttiva) non è poi più così fonda- mentale. Oggi, leggendo le ultime esternazioni del Pontefice, non trovo più alcun accenno alla condanna dei mezzi contraccettivi che si limitano a offendere questa dignità (i farmacisti ogni tanto vendono preservativi e diaframmi). È un caso? State cercando di dirmi qualcosa che io, per ottusìtà personale, non riesco a capire? Un po` di luce, per favore. Il terzo e ultimo problema riguarda - e non sarà certamente l`ultima volta che ne parliamo - questa questione dell`embrione "uno di noi". Recentemente ho raccontato, su vari giornali, la storia del referendum che è stato tenuto in Irlanda del 2002 per cambiare, su proposta del Governo, la norma costituzionale che stabilisce che la protezione della vita nascente comincia dal primo momento del concepimento. Se il referendum avesse avuto successo - il che non è stato anche se per una manciata di voti - la nuova norma sarebbe stata molto diversa, perché avrebbe posposto l`inizio della protezione al momento dell`impianto dell`embrione nell`utero della madre. Le conseguenze di questa modifica sarebbero state straordinarie e tutte contrarie alle posizioni ribadite dal Pontefice nella sua recente dichiarazione: sarebbe stata lecita ogni forma di inibizione dell`impianto, compresa quella attribuita alla spirale e alla pillola del giorno dopo, e sarebbero state autorizzate le ricerche sull`embrione in vitro, gli studi sulle staminali embrionali e le indagini genetiche pre-impiantatorie. Questo, tra l`altro, è proprio quel personalismo che John Bryant e John Searle definiscono relazionale, che non attribuisce né alla biologia né alle prestazioni funzionali il carattere dirimente della persona. Secondo questa ipotesi, molto amata da alcuni evangelici, sono le relazioni a rappresentare un tratto riassuntivo e qualificante, perché legano tra loro biologia e biografia della persona e rappresentano il passaggio di una soglia significativa anche secondo un`ottica teologica: dal momento in cui si connette con quella della madre, l`esistenza dell`embrione si collega con la comunità degli uomini. Spero di avervi almeno incuriositi. Ebbene la ragione di questa lunga digressione è legata al fatto che tutto l`episcopato irlandese, ripeto, tutto, vescovi ausiliari inclusi, si è schierato con il massimo fervore possibile in favore della modifica e, perciò, del personalismo relazionale, della pillola del giorno dopo, della spirale, delle staminali embrionarie eccetera, eccetera, eccetera. Ebbene, nessuno, fino a questo momento, ha commentato questi fatti. Ho però il diritto di avere qualche chiarimento. Non erano, i vescovi irlandesi, l`espressione più alta (si fa per dire) del cattolicesimo intransigente? Cosa capisce, a questo punto, un povero cristiano? Non è d`abitudine cosa migliore fare le pulizie in casa, prima di uscire a spazzare in cortile? Se poi qualche compagno vorrà sapere quali sono le ipotesi che sono state fatte su questa scelta dell`episcopato irlandese, così peculiare e così inattesa, mi scriva, gli risponderò personalmente, voglio evitare scandali pubblici. Anche se, a dire il vero, da quando un grande filosofo cattolico mi ha spiegato che l`inferno è anticostituzionale, mi sento molto più tranquillo.
di Carlo Flamigni
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venerdì 2 novembre 2007
Sequestra, violenta, droga e tortura: attenuanti perché sardo.
L’unico dubbio che ho è se debba sentirmi più offesa come essere umano, come donna o come Italiana?
Non sapevo che la nostra arretratezza sociale e culturale fosse tale da trovare opportuno spazio di difesa persino nei tribunali tedeschi!
E pensare che era italiano Cesare Beccaria e pure il nobel Grazia Deledda. Come siamo caduti in basso!
Ma noi o loro?
Ed io che sapevo l’Italia essere la maglia nera europea in tema di pari opportunità! Dobbiamo coinvolgere il consiglio d’Europa per rivedere la classifica dopo questo fallo della Germania.
Della sentenza, che trovate a questo link vi anticipo solo questo passaggio:
“In questo contesto si dovevano ancora tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. E’ un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non puo’ certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante.”
Buone riflessioni a tutt*
Attenuante perché sardo: il testo integrale della sentenza
Un uomo accusato di aver sequestrato, violentato, drogato e torturato la propria fidanzata nella convinzione che lei lo avesse tradito, è riuscito ad ottenere uno sconto di pena perché di origini sarde. Il tribunale tedesco che lo ha giudicato scrive nella sentenza che l'imputato è un sardo e ''il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria deve essere tenuto in considerazione come attenuante''.
Qui di seguito il testo della sentenza:Tribunale di Buckeburg -Kls 205 Js 4268/05 (107/05).
Alla cancelleria Il 14.03.2006
SENTENZE IN NOME DEL POPOLO!
Nella causa penale contro Maurizio Pusceddu Nato il 19.07.1978 a Cagliari, Italia da ultimo residente Am Markt 8, 31655 Stadthagen Attualmente nel penitenziario giustiziario Sehnde,
cittadinanza: italiana
per: violenza carnale e a.
la grande sezione penale del Tribunale di Buckeburg nelle sedute del 23.11.2005, 01.12.2005, 22.12.2005, 12.01.2006, 13.01.2006, 20.01.2006 e 25.01.2006, alle quali hanno preso parte
il giudice presidente del Tribunale barone V. Hammerstein, come presidente; il giudice del tribunale Bugard, come giudice a latere; Eugen Meier Maik Schommerloh, come giudici popolari; procuratore di stato Hirt come funzionario della Procura di Stato; impiegata Brakhage come cancelliere della cancelleria
ha riconosciuto di diritto il 25 gennaio 2006:
C.P. che prescrive una pena non inferiore a 2 anni fino a 15 anni di reclusione per la violenza carnale. La sezione ha fatto uso della possibilita' della attenuazione della pena a norma dei § § 21, 49 c.p. perche' secondo gli accertamenti del perito Pallenberg non poteva essere esclusa nell'imputato una notevole diminuzione della facolta' di controllo. Il limite della pena slitta percio' a una pena da 6 mesi a 11 anni e 3 mesi di reclusione.
Per la misura della pena si e' tenuto conto a favore dell'imputato che finora non si e' fatto penalmente notare. E' stato inoltre tenuto conto a suo favore che come cittadino italiano che deve vivere separato dalla sua famiglia e dalla sua cerchia di amici in patria, e' particolarmente sensibile alla reclusione. Si doveva ancora tenere conto che i reati sono stati un efflusso di un esagerato pensiero di gelosia dell'imputato. In questo contesto si dovevano ancora tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell'imputato. E' un sardo. Il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria, non puo' certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante. Era infine da tenere in considerazione come attenuante che l'imputato ha fatto una confessione ad ogni modo in parti.
D'altra parte doveva essere tenuto conto in modo aggravante che l'imputato ad ogni modo per quanto riguarda il reato II 8 ha pianificato e agito in modo straordinariamente spietato. La parte lesa ha subito un trauma durevole a causa dei maltrattamenti a lei inflitti.
L'imputato ha vissuto fino in fondo le sue tendenze sadiche ed ha tormentato la parte lesa, che gli era devota e fisicamente di gran lunga piu' debole, per un periodo di tempo di tre settimane., oltre alle lesioni personali e alle violenze carnali l'ha privata della sua dignita' orinando su di lei, strofinando sul viso un assorbente pieno di sangue e poi deridendola anche verbalmente dopo il reato II 6 "che aspetto ributtante hai tesoro". Non esito' neppure a fotografare il risultato dei suoi maltrattamenti.
VII
La decisione sulle spese segue il § 465 C.P.P.
Il giudice presidente del tribunale von Hammerstein per assenza dal luogo e per ferie e' impedito a firmare.
Non sapevo che la nostra arretratezza sociale e culturale fosse tale da trovare opportuno spazio di difesa persino nei tribunali tedeschi!
E pensare che era italiano Cesare Beccaria e pure il nobel Grazia Deledda. Come siamo caduti in basso!
Ma noi o loro?
Ed io che sapevo l’Italia essere la maglia nera europea in tema di pari opportunità! Dobbiamo coinvolgere il consiglio d’Europa per rivedere la classifica dopo questo fallo della Germania.
Della sentenza, che trovate a questo link vi anticipo solo questo passaggio:
“In questo contesto si dovevano ancora tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell’imputato. E’ un sardo. Il quadro del ruolo dell’uomo e della donna, esistente nella sua patria, non puo’ certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante.”
Buone riflessioni a tutt*
Attenuante perché sardo: il testo integrale della sentenza
Un uomo accusato di aver sequestrato, violentato, drogato e torturato la propria fidanzata nella convinzione che lei lo avesse tradito, è riuscito ad ottenere uno sconto di pena perché di origini sarde. Il tribunale tedesco che lo ha giudicato scrive nella sentenza che l'imputato è un sardo e ''il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria deve essere tenuto in considerazione come attenuante''.
Qui di seguito il testo della sentenza:Tribunale di Buckeburg -Kls 205 Js 4268/05 (107/05).
Alla cancelleria Il 14.03.2006
SENTENZE IN NOME DEL POPOLO!
Nella causa penale contro Maurizio Pusceddu Nato il 19.07.1978 a Cagliari, Italia da ultimo residente Am Markt 8, 31655 Stadthagen Attualmente nel penitenziario giustiziario Sehnde,
cittadinanza: italiana
per: violenza carnale e a.
la grande sezione penale del Tribunale di Buckeburg nelle sedute del 23.11.2005, 01.12.2005, 22.12.2005, 12.01.2006, 13.01.2006, 20.01.2006 e 25.01.2006, alle quali hanno preso parte
il giudice presidente del Tribunale barone V. Hammerstein, come presidente; il giudice del tribunale Bugard, come giudice a latere; Eugen Meier Maik Schommerloh, come giudici popolari; procuratore di stato Hirt come funzionario della Procura di Stato; impiegata Brakhage come cancelliere della cancelleria
ha riconosciuto di diritto il 25 gennaio 2006:
C.P. che prescrive una pena non inferiore a 2 anni fino a 15 anni di reclusione per la violenza carnale. La sezione ha fatto uso della possibilita' della attenuazione della pena a norma dei § § 21, 49 c.p. perche' secondo gli accertamenti del perito Pallenberg non poteva essere esclusa nell'imputato una notevole diminuzione della facolta' di controllo. Il limite della pena slitta percio' a una pena da 6 mesi a 11 anni e 3 mesi di reclusione.
Per la misura della pena si e' tenuto conto a favore dell'imputato che finora non si e' fatto penalmente notare. E' stato inoltre tenuto conto a suo favore che come cittadino italiano che deve vivere separato dalla sua famiglia e dalla sua cerchia di amici in patria, e' particolarmente sensibile alla reclusione. Si doveva ancora tenere conto che i reati sono stati un efflusso di un esagerato pensiero di gelosia dell'imputato. In questo contesto si dovevano ancora tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell'imputato. E' un sardo. Il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria, non puo' certo valere come scusa, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante. Era infine da tenere in considerazione come attenuante che l'imputato ha fatto una confessione ad ogni modo in parti.
D'altra parte doveva essere tenuto conto in modo aggravante che l'imputato ad ogni modo per quanto riguarda il reato II 8 ha pianificato e agito in modo straordinariamente spietato. La parte lesa ha subito un trauma durevole a causa dei maltrattamenti a lei inflitti.
L'imputato ha vissuto fino in fondo le sue tendenze sadiche ed ha tormentato la parte lesa, che gli era devota e fisicamente di gran lunga piu' debole, per un periodo di tempo di tre settimane., oltre alle lesioni personali e alle violenze carnali l'ha privata della sua dignita' orinando su di lei, strofinando sul viso un assorbente pieno di sangue e poi deridendola anche verbalmente dopo il reato II 6 "che aspetto ributtante hai tesoro". Non esito' neppure a fotografare il risultato dei suoi maltrattamenti.
VII
La decisione sulle spese segue il § 465 C.P.P.
Il giudice presidente del tribunale von Hammerstein per assenza dal luogo e per ferie e' impedito a firmare.
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OLOCAUSTO FEMMINILE: PER NON DIMENTICARE
Il 31 ottobre si commemorano le donne vittime dell'Inquisizione ... 9 milioni furono le vittime in poco meno di tre secoli... e se prestiamo attenzione alla violenza che OGGI subiscono le donne nel mondo e in Italia - una triste media di una vittima al giorno ci sembra un dato non più ammissibile... diventa chiaro il senso di una tale commemorazione.
In varie parti d'Italia si ricoderanno le antenate cadute sotto la macchina omicida dell'Inquisizione e dei poteri temporali dei secoli passati.
Qui ci limitiamo ad annunciarvi due appuntamenti, che assumono una valenza particolare se si considera che sono nati per iniziativa istituzionale:
Firenze : "Inchiostro Rosa" si svolge al Salone delle Compagnie presso l'Istituto degli Innocenti di Firenze, Piazza SS. Annunziata n. 12. Il primo appuntamento, il *31 ottobre 2007, è dedicato al tema della caccia alle streghe, una strage dimenticata.
Si allega l'invito del 31 ottobre con preghiera di diffusione.
Perugia, 31 ottobre 2007
Olocausto femminile - per non dimenticare
Presso l' Atrio di Palazzo dei Priori alle ore 21,00 verrà proiettato il documentario "The Burning Times", di Donna Read, che ripercorre due secoli di caccia alle streghe ed indaga matrici e finalità dell'olocausto femminile.
In Piazza della Repubblica alle ore 22,30 si svolgerà uno spettacolo di arte circense dal titolo "Psichè" danze e acrobazie aeree.
- La Consigliera di Parità della Regione Umbria, Marina Toschi, ed il Comune di Perugia promuovono un evento per ricordare le 9.000.000 di donne arse vive dal medioevo fino al '600, bruciate come streghe poiché possedevano un potere femminile strettamente connesso con il mondo naturale, vissuto nella sua sacralità (guaritrici, levatrici, officianti i riti di fertilità, raccoglitrici di erbe) e certamente percepito come pericoloso.
Molte di queste potenzialità femminili sono state scordate e le maggiori conoscenze sul corpo delle donne non si sono trasformate in conoscenza ed accettazione di se stesse, del proprio potere e della propria differenza.
La tematica dell'empowerment femminile è di totale attualità, considerando che nel nostro Paese, come in molti altri, gli stereotipi sulle donne e sugli uomini sono lontani dall'essere superati.
Per sensibilizzare l'opinione pubblica e le stesse donne sul timore del potere femminile che sta dietro alla persecuzione delle "streghe", si realizzerà un'iniziativa dal titolo "Olocausto femminile - per non dimenticare" nella serata di mercoledì 31 ottobre 2007, presso l'Atrio di Palazzo dei Priori e nella Piazza della Repubblica.
Durante la serata sono previsti la visione del documentario "The Burning Times" (I Tempi dei Roghi) di Donna Read ed un'affascinante spettacolo di arte c ircense dal titolo "Psichè".
Il documentario "The Burning Times" ripercorre due secoli di caccia alle streghe ed indaga matrici e finalità dell'olocausto femminile; Donna Read è co-fondatrice del Premio Cinematografico "Studio D" per la filmografia femminile ed autrice della trilogia Women and spirituality (1990-1992)
"Psichè" che in greco ha molti significati, tra i quali "farfalla", ma anche "psiche" ed "anima". Spuntando dalla terra ballando, l'artista passa dal trapezio ai tessuti aerei, dalla terra all'aria, dal fisico all'etereo fino a che tutto si ridurrà all'eco della sua voce.
Alle 17,30 la libreria Feltrinelli ospiterà l' a nteprima della serata, con la lettura - a cura di Nicoletta Nuzzo - di brani tratti dal libro "La Settima Strega" di Paola Zannoner, edito da Fanucci Editore nel 2007.
In varie parti d'Italia si ricoderanno le antenate cadute sotto la macchina omicida dell'Inquisizione e dei poteri temporali dei secoli passati.
Qui ci limitiamo ad annunciarvi due appuntamenti, che assumono una valenza particolare se si considera che sono nati per iniziativa istituzionale:
Firenze : "Inchiostro Rosa" si svolge al Salone delle Compagnie presso l'Istituto degli Innocenti di Firenze, Piazza SS. Annunziata n. 12. Il primo appuntamento, il *31 ottobre 2007, è dedicato al tema della caccia alle streghe, una strage dimenticata.
Si allega l'invito del 31 ottobre con preghiera di diffusione.
Perugia, 31 ottobre 2007
Olocausto femminile - per non dimenticare
Presso l' Atrio di Palazzo dei Priori alle ore 21,00 verrà proiettato il documentario "The Burning Times", di Donna Read, che ripercorre due secoli di caccia alle streghe ed indaga matrici e finalità dell'olocausto femminile.
In Piazza della Repubblica alle ore 22,30 si svolgerà uno spettacolo di arte circense dal titolo "Psichè" danze e acrobazie aeree.
- La Consigliera di Parità della Regione Umbria, Marina Toschi, ed il Comune di Perugia promuovono un evento per ricordare le 9.000.000 di donne arse vive dal medioevo fino al '600, bruciate come streghe poiché possedevano un potere femminile strettamente connesso con il mondo naturale, vissuto nella sua sacralità (guaritrici, levatrici, officianti i riti di fertilità, raccoglitrici di erbe) e certamente percepito come pericoloso.
Molte di queste potenzialità femminili sono state scordate e le maggiori conoscenze sul corpo delle donne non si sono trasformate in conoscenza ed accettazione di se stesse, del proprio potere e della propria differenza.
La tematica dell'empowerment femminile è di totale attualità, considerando che nel nostro Paese, come in molti altri, gli stereotipi sulle donne e sugli uomini sono lontani dall'essere superati.
Per sensibilizzare l'opinione pubblica e le stesse donne sul timore del potere femminile che sta dietro alla persecuzione delle "streghe", si realizzerà un'iniziativa dal titolo "Olocausto femminile - per non dimenticare" nella serata di mercoledì 31 ottobre 2007, presso l'Atrio di Palazzo dei Priori e nella Piazza della Repubblica.
Durante la serata sono previsti la visione del documentario "The Burning Times" (I Tempi dei Roghi) di Donna Read ed un'affascinante spettacolo di arte c ircense dal titolo "Psichè".
Il documentario "The Burning Times" ripercorre due secoli di caccia alle streghe ed indaga matrici e finalità dell'olocausto femminile; Donna Read è co-fondatrice del Premio Cinematografico "Studio D" per la filmografia femminile ed autrice della trilogia Women and spirituality (1990-1992)
"Psichè" che in greco ha molti significati, tra i quali "farfalla", ma anche "psiche" ed "anima". Spuntando dalla terra ballando, l'artista passa dal trapezio ai tessuti aerei, dalla terra all'aria, dal fisico all'etereo fino a che tutto si ridurrà all'eco della sua voce.
Alle 17,30 la libreria Feltrinelli ospiterà l' a nteprima della serata, con la lettura - a cura di Nicoletta Nuzzo - di brani tratti dal libro "La Settima Strega" di Paola Zannoner, edito da Fanucci Editore nel 2007.
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giovedì 27 settembre 2007
Oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale e psicologica
Da Repubblica del 21 febbraio 2007
Quasi 7 milioni gli stupri di cui 74mila nel 2006.
Il 6,6% sotto i 16 anni
Oltre il 90% non denuncia i soprusi.
Pollastrini: "E' un dramma rimosso"
Tre donne su 10 hanno subito violenza
Indagine Istat: più di 14 milioni le vittime
Il 36,9% ha subito violenza psicologica da parte del partner
Molto frequenti anche i comportamenti persecutori
ROMA - Oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale o psicologica nella loro vita. La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri) e la grandissima maggioranza (oltre il 90%) non è mai stata denunciata. Solo nel 24,8% dei casi la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto, mentre si abbassa l'età media delle vittime: ben un milione e 400mila (il 6,6%del totale) ha subito uno stupro prima dei 16 anni. Inquieta il quadro che emerge dalla prima indagine sulla violenza e i maltrattamenti contro le donne realizzata dall'Istat, su commissione del Ministero dei diritti e delle
pari opportunità.
L'indagine, presentata oggi a Palazzo Chigi dal ministro Barbara Pollastrini, è stata realizzata su un campione di donne di età compresa fra i 16 e i 70 anni. Dai dati raccolti emerge che sono 6.743.000 le donne vittime di violenza fisica o sessuale (il 31,9%), 5 milioni di violenze sessuali (23,7%), 3.961.000 di violenze
fisiche (18,8%). Ben 6.092.000 donne hanno subito solo violenza psicologica dal partner attuale (36,9% delle donne che vivono al momento in coppia). Un milione e centomila hanno subito 'stalking', cioè comportamenti persecutori. Solo negli ultimi 12 mesi, il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1.150.000 (5,4%). Nel 2006 si sono registrati 74mila tra tentativi e strupri veri e propri. Di questi
il 69,7% da partner o ex-partner. Molto diffusi infatti i soprusi tra le mura domestiche. Questi però spesso non vengono percepiti come tali. Solo il 18,2% è consapevole che quello che ha subito è un reato, mentre il 44% lo giudica semplicemente 'qualcosa di sbagliato' e ben il 36% solo 'qualcosa che è accaduto'.
Tra tutte le violenze fisiche rilevate è frequente l'essere spinta, strattonata, aver avuto i capelli tirati (56,7%), l'essere minacciata di essere colpita (85,2%), schiaffeggiata, presa a pugni, a calci o a morsi (36,1%). Tra la violenza sessuale, la più diffusa è la molestia fisica, ossia essere stata toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5%), l'aver avuto rapporti sessuali non desiderati accettati per paura (19%), il tentato stupro (14%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti ed umilianti (6,1%). La violenza psicologica è stata subita da 7.134.000 donne, il 43,2% con partner attuale. Di queste, 3.477.000 l'hanno subita spesso o sempre (21,1%). Questo tipo di violenza si esprime con l'isolamento o il tentativo isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica (30,7%), la svalorizzazione (23,8%), le intimidazioni (7,8%).
"I dati confermano che nella fascia di età 16-50 anni, le donne muoiono più per violenza che per malattia o incidenti stradali. La violenza sulle donne è un dramma rimosso", ha commentato il ministro dei diritti e delle pari opportunità, Barbara Pollastrini, chiedendo al parlamento di "discutere in tempi rapidi" la proposta di legge del governo sulla violenza alle donne che, fra l'altro, affronta il tema
delle minacce continuative e persecutorie. "Siamo aperti al dialogo per migliorare il testo - ha precisato la Pollastrini sottolineando la gravità del fenomeno sulla base dei risultati dell'indagine - ma di questa legge c'è bisogno".
Oggi è stato presentato anche uno spot tv nell'ambito della Campagna antiviolenza del ministero. Lo slogan, "La violenza sulle donne non ha più scuse", invita a chiamare il numero verde 1522 per chi è soggetto o testimone di violenza. Protagonista dello spot una giovane donna con un viso livido che giustifica questo incidente a causa del lancio di un tappo di spumante.
Quasi 7 milioni gli stupri di cui 74mila nel 2006.
Il 6,6% sotto i 16 anni
Oltre il 90% non denuncia i soprusi.
Pollastrini: "E' un dramma rimosso"
Tre donne su 10 hanno subito violenza
Indagine Istat: più di 14 milioni le vittime
Il 36,9% ha subito violenza psicologica da parte del partner
Molto frequenti anche i comportamenti persecutori
ROMA - Oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale o psicologica nella loro vita. La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri) e la grandissima maggioranza (oltre il 90%) non è mai stata denunciata. Solo nel 24,8% dei casi la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto, mentre si abbassa l'età media delle vittime: ben un milione e 400mila (il 6,6%del totale) ha subito uno stupro prima dei 16 anni. Inquieta il quadro che emerge dalla prima indagine sulla violenza e i maltrattamenti contro le donne realizzata dall'Istat, su commissione del Ministero dei diritti e delle
pari opportunità.
L'indagine, presentata oggi a Palazzo Chigi dal ministro Barbara Pollastrini, è stata realizzata su un campione di donne di età compresa fra i 16 e i 70 anni. Dai dati raccolti emerge che sono 6.743.000 le donne vittime di violenza fisica o sessuale (il 31,9%), 5 milioni di violenze sessuali (23,7%), 3.961.000 di violenze
fisiche (18,8%). Ben 6.092.000 donne hanno subito solo violenza psicologica dal partner attuale (36,9% delle donne che vivono al momento in coppia). Un milione e centomila hanno subito 'stalking', cioè comportamenti persecutori. Solo negli ultimi 12 mesi, il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1.150.000 (5,4%). Nel 2006 si sono registrati 74mila tra tentativi e strupri veri e propri. Di questi
il 69,7% da partner o ex-partner. Molto diffusi infatti i soprusi tra le mura domestiche. Questi però spesso non vengono percepiti come tali. Solo il 18,2% è consapevole che quello che ha subito è un reato, mentre il 44% lo giudica semplicemente 'qualcosa di sbagliato' e ben il 36% solo 'qualcosa che è accaduto'.
Tra tutte le violenze fisiche rilevate è frequente l'essere spinta, strattonata, aver avuto i capelli tirati (56,7%), l'essere minacciata di essere colpita (85,2%), schiaffeggiata, presa a pugni, a calci o a morsi (36,1%). Tra la violenza sessuale, la più diffusa è la molestia fisica, ossia essere stata toccata sessualmente contro la propria volontà (79,5%), l'aver avuto rapporti sessuali non desiderati accettati per paura (19%), il tentato stupro (14%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti ed umilianti (6,1%). La violenza psicologica è stata subita da 7.134.000 donne, il 43,2% con partner attuale. Di queste, 3.477.000 l'hanno subita spesso o sempre (21,1%). Questo tipo di violenza si esprime con l'isolamento o il tentativo isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica (30,7%), la svalorizzazione (23,8%), le intimidazioni (7,8%).
"I dati confermano che nella fascia di età 16-50 anni, le donne muoiono più per violenza che per malattia o incidenti stradali. La violenza sulle donne è un dramma rimosso", ha commentato il ministro dei diritti e delle pari opportunità, Barbara Pollastrini, chiedendo al parlamento di "discutere in tempi rapidi" la proposta di legge del governo sulla violenza alle donne che, fra l'altro, affronta il tema
delle minacce continuative e persecutorie. "Siamo aperti al dialogo per migliorare il testo - ha precisato la Pollastrini sottolineando la gravità del fenomeno sulla base dei risultati dell'indagine - ma di questa legge c'è bisogno".
Oggi è stato presentato anche uno spot tv nell'ambito della Campagna antiviolenza del ministero. Lo slogan, "La violenza sulle donne non ha più scuse", invita a chiamare il numero verde 1522 per chi è soggetto o testimone di violenza. Protagonista dello spot una giovane donna con un viso livido che giustifica questo incidente a causa del lancio di un tappo di spumante.
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sabato 25 agosto 2007
STEREOTIPI SESSISTI DA VANITY FAIR A LA REPUBBLICA



Dal blog di Monica66 (168) - Sabato, 25 Agosto 2007 - 2:20pm (Fai Notizia, Radio Radicale)
articolo di Monica Amici
Qualcuno si è accorto che gli stereotipi in voga stanno pericolosamente e sempre più facendo scivolare la nostra società, e le donne in particolare, in un preoccupante medioevo?
Qualcuno ha notato questa?
[http://www.style.it/cont/vanity-fair/home-vanity-fair.asp]
Mi riferisco al contenuto della copertina visibile sulla sinistra della pagina, all’interno della stessa osservate l’immagine e la scritta in basso a destra, notare il sapiente utilizzo di caratteri di stampa differenti e di punteggiatura.
Qualcuno ricorda lontani paesi in cui l’avere figlie femmine fosse, e forse è ancora, ahimè, una disgrazia?
E qualcuno mi spiega perché l’essere fortunato, oltre ad essere maschio, significhi avere “una mamma che vuole fare la mamma” e non piuttosto una mamma che, madre per natura ed intimo viscerale istinto, poi voglia invece cambiare il mondo, scoprire la cura per l’AIDS, o diventare una scrittrice di fama internazionale?
E che dire della pagina della cultura di La Repubblica di venerdì?
Titola DOVE SONO FINITE LE DONNE
Negli occhielli:
La scomparsa del genere ha molte implicazioni, non solo sessuali ma anche filosofiche.
Dalle casalinghe inquiete degli anni ‘60 alla femminilità in stile Michela Brambilla.
Al centro pagina un fumetto con l’immagine di una Cenerentola pensosa al centro di due scenari temporali, il presente a sinistra il passato a destra, ma immancabile, allacciato alla sua vita, il grembiule. (non sono riuscita a trovare un link con l’immagine)
Le prime righe dell’articolo: “Stanno scomparendo le donne..” (il resto, rispetto alla scelta strategica di immagini, titoli ed occhielli, stando anche allo spazio complessivo della pagina che occupavano, non mi è parso di rilievo)
Mi verrebbe da chiedere dove le stiano cercando. Inizio a sentirmi preoccupantemente sola, se non conoscessi personalmente tante donne “donne”, leggendo i giornali e guardando la televisione, penserei si stiano veramente estinguendo nella loro perversa evoluzione da casalinghe inquiete al modello femminilità Brambilla… Forse sono in via di estinzione e non me ne sono ancora accorta! Devo chiedere al WWf se le superstiti abbiano diritto a specifiche tutele.
Si potrebbe concludere, se ho capito bene, che le cose vadano bene quando i figli sono maschi e le mamme vogliono fare le mamme, e che invece vadano male quando spariscono le “Cenerentole”, di ieri come di oggi.
Monica Amici
articolo di Monica Amici
Qualcuno si è accorto che gli stereotipi in voga stanno pericolosamente e sempre più facendo scivolare la nostra società, e le donne in particolare, in un preoccupante medioevo?
Qualcuno ha notato questa?
[http://www.style.it/cont/vanity-fair/home-vanity-fair.asp]
Mi riferisco al contenuto della copertina visibile sulla sinistra della pagina, all’interno della stessa osservate l’immagine e la scritta in basso a destra, notare il sapiente utilizzo di caratteri di stampa differenti e di punteggiatura.
Qualcuno ricorda lontani paesi in cui l’avere figlie femmine fosse, e forse è ancora, ahimè, una disgrazia?
E qualcuno mi spiega perché l’essere fortunato, oltre ad essere maschio, significhi avere “una mamma che vuole fare la mamma” e non piuttosto una mamma che, madre per natura ed intimo viscerale istinto, poi voglia invece cambiare il mondo, scoprire la cura per l’AIDS, o diventare una scrittrice di fama internazionale?
E che dire della pagina della cultura di La Repubblica di venerdì?
Titola DOVE SONO FINITE LE DONNE
Negli occhielli:
La scomparsa del genere ha molte implicazioni, non solo sessuali ma anche filosofiche.
Dalle casalinghe inquiete degli anni ‘60 alla femminilità in stile Michela Brambilla.
Al centro pagina un fumetto con l’immagine di una Cenerentola pensosa al centro di due scenari temporali, il presente a sinistra il passato a destra, ma immancabile, allacciato alla sua vita, il grembiule. (non sono riuscita a trovare un link con l’immagine)
Le prime righe dell’articolo: “Stanno scomparendo le donne..” (il resto, rispetto alla scelta strategica di immagini, titoli ed occhielli, stando anche allo spazio complessivo della pagina che occupavano, non mi è parso di rilievo)
Mi verrebbe da chiedere dove le stiano cercando. Inizio a sentirmi preoccupantemente sola, se non conoscessi personalmente tante donne “donne”, leggendo i giornali e guardando la televisione, penserei si stiano veramente estinguendo nella loro perversa evoluzione da casalinghe inquiete al modello femminilità Brambilla… Forse sono in via di estinzione e non me ne sono ancora accorta! Devo chiedere al WWf se le superstiti abbiano diritto a specifiche tutele.
Si potrebbe concludere, se ho capito bene, che le cose vadano bene quando i figli sono maschi e le mamme vogliono fare le mamme, e che invece vadano male quando spariscono le “Cenerentole”, di ieri come di oggi.
Monica Amici
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domenica 19 agosto 2007
Quando le nostre labbra si parlano Luce Irigaray
"Quand nos lèvres se parlent" nel 1976 in Cahiers du Grif, no.12, p. 23-28, tradotto da Luisa Muraro e pubblicato nell'antologia di saggi di Luce Irigary "Questo sesso che non è un sesso" (Milano: Feltrinelli, 1978 e1990)
Se continuiamo a parlarci lo stesso linguaggio, finiremo per riprodurre la stessa storia. Ricominciare le stesse storie. Non lo senti? Ascolta: intorno a noi gli uomini e le donne, si direbbe che è uguale. Stesse discussioni, stessi litigi, stessi drammi. Stesse preferenze, e poi rotture. Stesse difficoltà, impossibilità di trovarsi. Sempre lo stesso...
Se noi continuiamo a "parlare il medesimo", se ci parliamo come gli uomini si parlano da secoli, come ci hanno insegnato a parlare, non c'incontreremo. Ancora... Le parole passeranno attraverso i nostri corpi, sopra le nostre teste, per andare a perdersi, a perderci. Lontano, in alto. Assenti da noi: intessute di parole, tessuti parlanti. L'involucro è appropriato, ma non è nostro. Involtate, o violate, nei nomi propri. Non il tuo né il mio. Noi non ne abbiamo. Cambia, ogni volta che ci scambiano, a seconda che ci usano. Dicono che siamo vogliose d'essere cosi mutevoli, permutabili da loro.
Come toccarti se tu non ci sei? Se il tuo sangue è passato a loro, diventando senso? Loro possono parlarsi, anche di noi. Ma noi ? Esci dal loro linguaggio. Prova a riattraversare i nomi che ti hanno dato. Ti aspetto, mi aspetto. Ritorna. Non è difficile. Rimani qui e non ti astrai in scene già recitate, in frasi già dette e ridette, in gesti già conosciuti. In corpi già codificati. Cerchi di stare attenta a te stessa. A me. Senza lasciarti distrarre dalla norma, o dall'abitudine.
Per esempio: ti amo, normalmente o abitualmente si rivolge ad un enigma: un altro. Un altro corpo, un altro sesso. Io amo: non so bene chi, che cosa. Io amo si spande, si perde, affoga, brucia, finisce in un vuoto profondo. Bisognerà aspettare il ritorno dell "io amo". A volte per molto tempo, a volte per sempre. Dov'è passata "io amo"? Dove sono divenuta? Io amo spia l'arrivo dell'altro. Mi ha mangiata? Respinta? Presa? Lasciata? Rinchiusa? Espulsa? Com'è lui adesso? E' un po' me? Quando mi dice: ti amo, mi rende? O è lui che si dà sotto questa forma? La sua? La mia? La stessa? Un'altra? Ma allora dove sono divenuta?
Quando dici ti amo - restando qui, vicina a te, a me - tu dici mi amo. Non c'è da aspettare che questo ti sia reso, e nemmeno io. Non ti devo niente, non mi devi niente. Questo ti amo non è un dono né un debito. Tu non mi "dai" niente toccandoti, toccandomi: ritoccandoti in me. Non ti dai. Che farei di te, di me, se fossi(mo) ripiegata/e sul dono? Tu ti/mi conservi così come ti/mi spandi. Tu ti/mi contieni così come ti/mi confidi. Queste alternative, opposizioni, scelte, mercati, non hanno corso, tra noi. A meno di ripetere il loro commercio, di restare nella loro economia. Dove noi non ha luogo.
Ti amo: corpo spartito. Senza tagli. Senza te né me staccati. Non c'è sangue versato o da versare, tra noi. Non c'è bisogno di piaghe per ricordarci che il sangue esiste. Scorre in noi, da noi. Il sangue ci è familiare. Il sangue: vicino. Sei tutta rossa. E così bianca. L'una e l'altra. Diventando rossa non perdi il tuo candore. Sei bianca per non esserti allontanata dal sangue. Da noi, bianche pur restando rosse, nascono tutti i colori: rosate, brune, bionde, verdi, celesti... Perché questo bianco non è sembianza. Sangue morto. Sangue nero. Nero della sembianza. Che assorbe tutto per tentare di riprendere vita. Invano... Il candore del rosso non prende niente. Rimanda come riceve. Luminoso, senza autarchia.
Luminose, noi. Senza una, né due. Non sono mai riuscita a contare. Fino a te. Saremmo due, secondo i loro calcoli. Due, veramente? Non è da ridere? Strano due. Però non una. Soprattutto non una. L'uno, che se lo tengano. Il privilegio, il dominio, il solipsismo dell'uno: anche del sole. E la strana suddivisione delle loro coppie, dove l'altro è immagine dell'uno. Immagine soltanto. Andare verso l'altro è come essere attratti dallo specchio. Specchio (appena) vivo. Superficie di ghiaccio. Muta. E' più fedele. Lavoro sfibrante del doppiaggio, dell'imitazione, in cui s'esauriscono i movimenti della nostra vita. Destinate a riprodurre. Un medesimo nel quale siamo da secoli: gli altri.
Ma come dire altrimenti ti amo? Ti amo, mia indifferente? Così ci pieghiamo al loro linguaggio. Per distinguerci, ci hanno lasciato le lacune, i difetti. Il negativo. Dovremmo essere - già questo è troppo - delle indifferenti.
Indifferente, rimani calma. Se ti muovi disturbi il loro ordine. Fai cadere tutto. Rompi il giro delle loro abitudini, il circuito dei loro scambi, del loro sapere, del loro desiderio. Del loro mondo. Indifferente non devi muoverti né commuoverti se non sono loro a chiamarti. Se dicono "vieni" allora puoi farti avanti. Un po'. Sistemandoti secondo il bisogno che hanno o non hanno di vedersi davanti la loro immagine. Uno o due passi. Nient'altro. Niente esuberanze o turbolenze. Sennò rompi tutto. La liscia superficie. La loro terra, la loro madre. La tua vita? Devi averne la sembianza, fare finta: di riceverla da loro. Piccolo ricettacolo indifferente, sottomessa alle loro pressioni, unicamente.
Dunque, noi saremmo indifferenti. Non ti fa ridere? Almeno così, di primo acchito? Indifferenti, noi? (Se ti metti a ridere ogni momento e dovunque, non potremo mai parlarci. E saremo ancora inv(i)olate nelle loro parole. Allora, ricomponiamoci un po' per provare a dire.) Non differenti, è vero. Insomma... Sarebbe troppo semplice. E quel "non" ci separa ancora per misurarci. Così disgiunte, nessun noi. Simili? Se si vuole. Un po' astratto. Non capisco bene: simili. Tu capisci? Simili agli occhi di chi? In funzione di che cosa? Quale unità di misura? Quale terzo termine? Ti tocco, mi basta per sapere che sei il mio corpo.
Ti amo: le nostre due labbra non possono separarsi per lasciar passare una parola. Una sola parola che direbbe te o me. O: uguali. Chi ama, chi è amata. Esse dicono - chiuse e aperte, senza che l'una escluda mai l'altra - l'una e l'altra si amano. Insieme. Per produrre una parola esatta, dovrebbero tenersi scostate. Nettamente scostate l'una dall'altra. Distanti l'una dall'altra, e tra loro una parola.
Ma da dove verrebbe questa parola? Tutta corretta, ben fatta, piena di senso. Neanche una fessura. Tu. Io. C'è di che ridere... Senza fessura, non sarebbe più te né me. Senza labbra, non sarebbe noi. L'unità delle parole, la loro verità, le loro proprietà, non hanno labbra. Labbra dimenticate. Le parole sono mute, quando sono state dette una volta per tutte. Rifinite come si deve, perché non perdano il loro senso - il loro sangue. Come i figli dell'uomo. Non i nostri. E, d'altronde, che bisogno o desiderio abbiamo di figli? Qui ora: vicine. Gli uomini, le donne, fanno dei figli per dare corpo alla loro vicinanza, alla loro lontananza. Ma noi?
Ti amo, infanzia. Amo te che non sei madre (scusa, madre mia, ti preferisco una donna) né sorella. Né figlia o figlio. Ti amo - e che m'importano là dove ti amo le discendenze dei nostri padri e i loro desideri di sembianze d'uomo. E le loro istituzioni genealogiche - né marito né moglie. Nessuna famiglia. Nessun personaggio, ruolo, funzione - le loro leggi riproduttive. Ti amo: il tuo corpo là qui ora. Io/tu ti/mi tocchi, può bastare perché ci sentiamo vivere.
Apri le tue labbra, non aprirle semplicemente. Non le apro semplicemente. Tu/io non siamo né aperte né chiuse. Mai ci separiamo, semplicemente: non si può dire una sola parola. Essere prodotto, uscito dalle nostre bocche. Tra le tue/mie labbra tanti canti, tanti dire sempre si rispondono. Senza che mai uno, una sia separabile dall'altra. Tu/io: fanno sempre tanti alla volta. E come uno, una, dominerebbe l'altra? Imponendo la sua voce, il suo tono, il suo senso? Esse non si distinguono. Non significa che si confondano. Non ci capite niente? Neanche loro capiscono voi.
Parla ugualmente. Che il tuo linguaggio non abbia un unico filo, un'unica sequenza, un'unica trama, è la nostra fortuna. Viene da ogni parte. Mi tocchi in ogni parte. In tutti i sensi. Un canto, un discorso, un testo, tutti in una volta, perché? Per sedurre, colmare, coprire uno dei miei "buchi"? Non ne ho con te. Le crepe, i vuoti che invocherebbero dall'altro sussistenza, pienezza, completezza, non siamo noi. Che per le nostre labbra siamo donne, non vuol dire che mangiare, consumare, riempirci sia quello che cerchiamo.
Baciami. Due labbra baciano due labbra: I'aperto ci è reso. Il nostro "mondo". Tra noi il passaggio da dentro a fuori, da fuori a dentro, non ha limiti. Non ha fine. Scambi che si allacciano senza chiudersi mai. Tra noi la casa non ha muri, il prato non ha recinto, il linguaggio non ha circolarità. Tu mi abbracci: il mondo è cosí grande che l'orizzonte si perde Insoddisfatte noi? Sí, se vuol dire che non siamo mai finite. Che il nostro piacere è di muoverci, commuoverci, continuamente. Sempre in movimenti: I'aperto non si esaurisce né si riempie.
Tanti dire, insieme, non ce l'hanno insegnato né permesso. Non è un parlare corretto. Certo potevamo -dovevamo?-esibire qualche "verità", e intanto sentirne, averne, tacerne un'altra. Il risvolto? Il complemento? Il resto? rimaneva nascosto. Segreto. Fuori e dentro, non dovevamo essere uguali. Non conviene al loro desiderio. Velare, svelare, non è la cosa che li attira? Che li tiene piú occupati? A ripetere sempre la stessa operazione. Ogni volta. Su ogni una.
Tu/io si sdoppia dunque per piacere loro. Ma cosí divise in due - una fuori, una dentro - tu non ti baci piú. Non mi baci piú. Fuori, cerchi di conformarti ad un ordine che ti è estraneo. Allontanata da te stessa ti confondi con tutto quello che ti si presenta. Mimi tutto quello che ti si accosta. Diventi tutto quello che ti tocca. Bisognosa di ritrovarti, non fai che allontanarti ancor piú da te. Da me. Assimilando un modello dopo l'altro, passando da un padrone all'altro, cambiando faccia, forma, linguaggio, a seconda di chi ti domina. Staccata(e). A forza di abusi, impassibile travestita. Non ritorni piú: indifferente. Ritorni. impenetrabile, chiusa.
Parlami. Non puoi? Non vuoi piú? Vuoi risparmiarti? Restare muta? Bianca? Vergine? Riservarti quella di dentro? Ma non esiste senza l'altra. Non ti lacerare cosí, in una scelta che ti è stata imposta. Non c'è, tra noi, nessuna rottura tra vergine e non vergine. Nessun avvenimento che ci farebbe donna. Molto prima di nascere già ti tocchi, innocente. Il sesso del tuo/mio corpo non ci viene da un'operazione. Dall'azione d'un potere, d'una funzione, d'un organo. Senza interventi o manipolazioni particolari sei già donna. Senza dover ricorrere all’esterno, già l'altra ti tocca. Inseparabile da te. Sei già, sempre e dovunque, alterata. Questo è il tuo delitto, che non hai commesso: disturbi il loro amore della proprietà.
Come dirti che nel tuo godere non c'entra il male, che gli è estraneo il bene? Che la colpa avviene soltanto quando, privata della tua fessura, su di te ormai chiusa possono iscrivere i loro possessi, praticare le loro effrazioni, rischiare le loro infrazioni, trasgressioni... E altri giochi della legge. Con cui speculano -- e tu? -- sul tuo candore. Se noi ci prestiamo, ci lasceremo ingannare, logorare. Distanti, indefinitamente, da noi, per aiutarli a raggiungere i loro scopi. Quello sarebbe il nostro compito. Se ci sottomettiamo alla loro ragione, allora siamo colpevoli. I loro calcoli - volutamente o no - mirano a renderci colpevoli.
Tu ritorni, divisa: non c'è piú noi. Divisa in rossa e bianca, nera e bianca, come ritrovarci? Ritoccarci? Tagliate, (s)partite, finite: il nostro godere si trova a dipendere dalla loro economia. Secondo la quale essere vergine significa non essere ancora contrassegnata per e da loro. Non ancora (resa) donna da e per loro. Non ancora marchiata dal loro sesso, dal loro linguaggio. Non ancora penetrata, posseduta da loro. Da conservarsi in un candore che sarebbe un'attesa, un niente, un vuoto senza di loro. Essere vergine: il futuro dei loro scambi, commerci e trasporti. La riserva per le loro esplorazioni, i loro consumi, i loro sfruttamenti. L'avvenire del loro desiderio. Non del nostro.
Come dirlo? Che noi siamo donne subito. Non abbiamo da esser rese tali, nominate per tali, consacrate e profanate come tali, da loro. Lo eravamo già, era già successo prima, senza il loro lavoro. E la loro storia (le loro storie) rappresenta(no) il luogo della nostra deportazione. Non che abbiamo un territorio per noi, ma la loro patria, con famiglia, focolare e discorso, ci imprigiona tenendoci al chiuso e impedendoci di muoverci. Di viverci. Le loro proprietà sono il nostro esilio. Le loro clausure, la morte del nostro amore. Le loro parole, il bavaglio delle nostre labbra.
Come parlare per uscire dai loro recinti, schemi, dalle loro distinzioni e opposizioni: vergine/deflorata, pura/impura, innocente/maliziosa... Come sbarazzarci di questi termini, liberarci dalle loro categorie, spogliarci dei loro nomi. Sgusciare, vive, dalle loro concezioni? Senza riserva, senza bianco immacolato che sostenga il funzionamento dei loro sistemi. Tu sai bene che non siamo mai finite ma che non ci baciamo se non siamo intere. Che la somma di tanti pezzi - di corpo di spazio, di tempo-interrompe il flusso del nostro sangue. Ci paralizza, ci irrigidisce, ci immobilizza. Più pallide. Quasi fredde.
Aspetta. Il mio sangue ritorna. Dal loro senso. Fa di nuovo caldo in noi. Tra noi. Le loro parole si svuotano. Esangui. Pelli morte. Mentre le nostre labbra tornano rosse. Si muovono, vogliono parlare. Stavi dicendo? Cosa? Niente. Tutto. Sì. Abbi pazienza. Dirai tutto. Comincia con quello che senti, adesso, subito. Il tutto verrà di seguito.
Ma non puoi anticiparlo, prevederlo, programmarlo. Il tutto non è progettabile. Controllabile. Tutto il nostro corpo si muove. Non una superficie che rimanga stabile. Non una figura o linea o punto, che restino fissi. Non una base che tenga. Ma nemmeno abissi. La profondità, per noi, non è una voragine. Dove non c'è crosta, non ci sono precipizi. La nostra profondità: lo spessore del nostro corpo, che si ritocca. Senza sopra sotto, diritto rovescio, davanti dietro, alto basso isolati. Senza spaccature né rotture.
Se tu/io esita a parlare, è perché abbiamo paura di non dire bene, vero? Ma cosa sarebbe bene o male? A che cosa ci conformeremmo parlando "bene"? In quale gerarchia, subordinazione, ci facciamo prendere? Perdere? Che pretesa è questa, di innalzarci in un discorso più valido? L'erezione, non è affare nostro: stiamo così bene sulle spiagge. Abbiamo tanti spazi da distribuirci. L'orizzonte per noi non ha mai finito di girare, sempre aperte. Distese, in una interminabile espansione, abbiamo tante voci da inventare per dire noi dovunque, anche nelle lacune, che il tempo non ci basterà. Il nostro giro non finirà mai, abbiamo tante dimensioni. Se vuoi parlare "bene", ti tendi, ti stringi, per salire. E tesa verso l'alto, ti allontani dall'illimitato del tuo corpo. Non ti elevare, ci lasci. Il cielo non è lassù, è tra noi.
E non ti contrarre sulla parola "giusta". Non c'è. Nessuna verità tra le nostre labbra. Tutto può andare bene. Tutto può essere scambiato, senza privilegi nè rifiuti. Scambiato? Tutto si scambia ma senza commercio. Tra noi, niente proprietari né acquirenti, niente oggetti determinati né prezzi. I nostri corpi si accrescono dal godere insieme. La nostra abbondanza è inesauribile: ignora la scarsità e l'opulenza. Nell'abbandono senza riserve e senza incetta, i nostri scambi sono interminabili. Come dirlo? Il linguaggio che conosciamo è così limitato...
Perché parlare, mi dirai tu? Sentiamo le stesse cose nello stesso momento. Le mie mani, i miei occhi, la mia bocca, le mie labbra, il mio corpo non ti bastano? Non è sufficiente quello che ti dicono? Potrei risponderti: sì. Ma sarebbe troppo semplice. Troppo detto per rassicurarti/ci.
Se non inventiamo un linguaggio, se non troviamo il suo linguaggio, il nostro corpo avrà troppo pochi gesti per accompagnare la nostra storia. Ci stancheremo degli stessi, lasciando il nostro desiderio latente, sofferente. Riaddormentate, insoddisfatte. E restituite alle parole degli uomini. I quali, sanno da tanto tempo. Ma non il nostro corpo. Sedotte, attirate, affascinate, estasiate del nostro divenire, resteremo paralizzate. Prive dei nostri movimenti. Immobilizzate, mentre siamo fatte per cambiare continuamente. Senza aver bisogno di balzare o di cadere. E - senza ripetizione.
Continua, senza affanno. Il tuo corpo oggi non è lo stesso di ieri. Il tuo corpo ricorda. Non occorre che tu ricordi. Che conservi, conti, capitalizzi l'ieri nella tu testa. Nella tua memoria? Il tuo corpo dice ieri in ciò che vuole oggi. Se tu pensi: ieri ero, domani sarò, tu pensi: sono un po' morta. Sii quello che diventi, senza attaccarti a quello che avresti potuto essere, a
quello che potresti essere. Senza essere mai fissata. Lasciamo le cose decisive agli indecisi. Noi non abbiamo bisogno del definitivo. Il nostro corpo, là qui ora, ci dà ben altra certezza. La verità è necessaria a quelli che si sono tanto allontanati dal loro corpo da averlo dimenticato. Ma la loro "verità" ci immobilizza, ci pietrifica, se non ce ne distacchiamo. Se non ne disfiamo il potere tentando di dire, là qui subito, come siamo commosse.
Ti muovi. Non resti mai ferma. Non ti fermi mai. Non sei mai. Come dirtelo? Sempre altra. Come parlarti? Seguendo il flusso, senza mai indurirlo. Gelarlo. Come far passare nelle parole questa corrente? Molteplice. Senza cause, sensi, qualità semplici. E tuttavia non scomponibile. Movimenti che non si traducono in un itinerario con un'origine ed un fine. Fiumi senza mare unico e definitivo. Senza argini stabiliti. Corpi senza margini definiti. Mobilità incessante. Vita. E quelle che magari chiameranno le nostre pazzie, agitazioni, commedie o bugie. Talmente sono estranee a chi pretende basarsi sul solido.
Parla ugualmente. Tra noi, il "duro" non è necessario. Conosciamo abbastanza i contorni dei nostri corpi per amare la fluidità. La nostra densità non ha bisogno d'essere perentoria, rigida. Il nostro desiderio non inclina al cadaverico.
Ma come non morire quando stiamo lontane l'una dall'altra? E' il nostro pericolo. Come aspettare che tu ritorni, se, stando distante, non puoi essere anche vicina? Se qualcosa d'ancora sensibile non ricorda, qui, ora, il contatto dei nostri corpi.
Aperte all'infinito della nostra lontananza richiuse sull'insensibile dell'assenza, come continuare a viverci? Impastate di dolore, per un lutto. Bisogna proprio che impariamo a parlarci per riuscire a baciarci da lontano. Certo, ritoccandomi mi ricordo di te. Ma sono state dette tante parole, tante parole ci parlano, che ci separano.
Inventiamo rapidamente le nostre frasi. Che dovunque e continuamente il nostro abbraccio non s'interrompa. Siamo così sottili che nessun ostacolo ci resisterà, che niente potrà opporsi al nostro ritrovarci, magari fuggitive, purché troviamo dei mezzi di trasmissione con la nostra densità. Passeremo attraverso tutto, impercettibili, senza sciupare niente, per ritrovarci. Nessuno ci vedrà niente. La nostra forza è di essere così poco resistenti. Loro sanno da tanto tempo quanto vale la nostra elasticità nel piacere di stringerci, di costringerci. Perché non ne godiamo tra noi? Invece di sottometterci al loro stampo. Fissate, marchiate, immobilizzate. Separate.
Non piangere. Un giorno riusciremo a dirci. E quello che diremo sarà ancor più bello delle nostre lagrime. Fluidissime.
Già ti sto portando con me, dovunque. Non come un bambino, un fardello, un peso. Magari amato, magari prezioso. Tu non sei in me. Non ti contengo né ti trattengo: nel mio ventre, tra le mie braccia, nella mi testa. E nemmeno nella memoria, nello spirito, nel linguaggio. Sei lì, come la vita della mia pelle. Certezza d'esistere al di qua d'ogni apparenza, d'ogni rivestimento, d'ogni appellativo. Certezza di vivere perché tu raddoppi la mia vita. Non vuol dire che tu mi dai o subordini la tua. Che tu viva mi fa sentir vivere, purché tu non sia né la mia replica né la mia imitazione.
Come dirti altrimenti: noi non siamo che in due? Noi siamo in due al di qua dei miraggi, delle immagini. Degli specchi. Tra noi, una non è quella "vera" e I'altra la copia, una originale, I'altra il riflesso. Noi che nella loro economia sappiamo simulare alla perfezione, tra noi ci rivolgiamo senza simulacro. La nostra somiglianza non ha bisogno di sembianza: perfino già nel nostro corpo. Toccati, toccami, lo "vedrai".
Non c'è bisogno che ci facciamo una seconda figura, allo specchio, per essere "in co(p)pia". Che ci ripetiamo: una seconda volta. Prima d'ogni rappresentazione, siamo due. Lascia avvicinarsi queste due che il tuo sangue ti ha fatte, che il mio corpo ti ricorda, vive. Hai sempre la bellezza toccante d'una prima volta, tu non ti lasci fissare in una riproduzione. Sei sempre commossa per la prima volta, non ti immobilizzi in nessuna forma di ritorno.
Senza modello, senza unità di misura, non diamoci mai ordine, imperativo, proibizione. Che gli unici imperativi siano inviti a muoverci: insieme. Non facciamoci mai la legge o la morale. La guerra. Non abbiamo ragione. Nessun diritto di criticarmi/ti. Se tu/io giudica, noi cessiamo d'esistere. E quello che amo in te, in me, in noi non ha luogo: la nascita mai conclusa, il corpo mai terminato, la faccia che continua a modellarsi. Le labbra mai aperte o chiuse su una verità.
La luce, per noi, non è violenta. Micidiale. Il sole, per noi, non si alza né tramonta semplicemente. La notte e il giorno si mischiano nei nostri sguardi. Nei gesti. Nei corpi. Non abbiamo, in senso stretto, un'ombra. Nessun pericolo, tra noi, che l'una o l'altra sia un doppio più oscuro. Voglio restare notturna e ritoccare in te la mia notte. Dolcemente luminosa. Non pensare soprattutto che io ti desideri brillante come un faro. Dominatrice, altera, su quello che ti circonda. Separare la luce dall'oscurità sarebbe rinunciare alla leggerezza delle nostre combinazioni. Indurire l'eterogeneità che ci fa continuamente tutta(e). Dividerci con paratie stagne, farci a pezzi, tagliarci in due o più. Mentre noi siamo sempre l'una e l'altra, al tempo stesso. Non possiamo distinguerci così. Senza finire di nascere: tutta(e). Senza limiti né bordi che non siano quelli dei nostri corpi in movimento.
E non possiamo smettere di parlare se non per un senso, impostoci della misura. Non offuscarti. Io - continua. Nonostante le molte costrizioni artificiali di spazio e di tempo, io --continuamente-ti abbraccio. Che altri ci facciano feticci, per separarci, è affare loro. Non lasciamoci immobilizzare in questo decoro.
E se tante volte insisto: non, né, senza... è per ricordarti, ricordarci che noi non ci tocchiamo se non nude. E che per ritrovarci così, abbiamo molto da svestirci. Da tante rappresentazioni e apparenze, che, ci allontanano l'una dall'altra. Ci hanno così a lungo avvolte secondo il loro desiderio, ci siamo così spesso agghindate per piacere loro, che abbiamo dimenticato la nostra pelle. Fuori della nostra pelle, restiamo distanti. Tu ed io scostate.
Tu? Io? E' detto fin troppo. Troppo concluso tra noi: tutta, tutte.
Se continuiamo a parlarci lo stesso linguaggio, finiremo per riprodurre la stessa storia. Ricominciare le stesse storie. Non lo senti? Ascolta: intorno a noi gli uomini e le donne, si direbbe che è uguale. Stesse discussioni, stessi litigi, stessi drammi. Stesse preferenze, e poi rotture. Stesse difficoltà, impossibilità di trovarsi. Sempre lo stesso...
Se noi continuiamo a "parlare il medesimo", se ci parliamo come gli uomini si parlano da secoli, come ci hanno insegnato a parlare, non c'incontreremo. Ancora... Le parole passeranno attraverso i nostri corpi, sopra le nostre teste, per andare a perdersi, a perderci. Lontano, in alto. Assenti da noi: intessute di parole, tessuti parlanti. L'involucro è appropriato, ma non è nostro. Involtate, o violate, nei nomi propri. Non il tuo né il mio. Noi non ne abbiamo. Cambia, ogni volta che ci scambiano, a seconda che ci usano. Dicono che siamo vogliose d'essere cosi mutevoli, permutabili da loro.
Come toccarti se tu non ci sei? Se il tuo sangue è passato a loro, diventando senso? Loro possono parlarsi, anche di noi. Ma noi ? Esci dal loro linguaggio. Prova a riattraversare i nomi che ti hanno dato. Ti aspetto, mi aspetto. Ritorna. Non è difficile. Rimani qui e non ti astrai in scene già recitate, in frasi già dette e ridette, in gesti già conosciuti. In corpi già codificati. Cerchi di stare attenta a te stessa. A me. Senza lasciarti distrarre dalla norma, o dall'abitudine.
Per esempio: ti amo, normalmente o abitualmente si rivolge ad un enigma: un altro. Un altro corpo, un altro sesso. Io amo: non so bene chi, che cosa. Io amo si spande, si perde, affoga, brucia, finisce in un vuoto profondo. Bisognerà aspettare il ritorno dell "io amo". A volte per molto tempo, a volte per sempre. Dov'è passata "io amo"? Dove sono divenuta? Io amo spia l'arrivo dell'altro. Mi ha mangiata? Respinta? Presa? Lasciata? Rinchiusa? Espulsa? Com'è lui adesso? E' un po' me? Quando mi dice: ti amo, mi rende? O è lui che si dà sotto questa forma? La sua? La mia? La stessa? Un'altra? Ma allora dove sono divenuta?
Quando dici ti amo - restando qui, vicina a te, a me - tu dici mi amo. Non c'è da aspettare che questo ti sia reso, e nemmeno io. Non ti devo niente, non mi devi niente. Questo ti amo non è un dono né un debito. Tu non mi "dai" niente toccandoti, toccandomi: ritoccandoti in me. Non ti dai. Che farei di te, di me, se fossi(mo) ripiegata/e sul dono? Tu ti/mi conservi così come ti/mi spandi. Tu ti/mi contieni così come ti/mi confidi. Queste alternative, opposizioni, scelte, mercati, non hanno corso, tra noi. A meno di ripetere il loro commercio, di restare nella loro economia. Dove noi non ha luogo.
Ti amo: corpo spartito. Senza tagli. Senza te né me staccati. Non c'è sangue versato o da versare, tra noi. Non c'è bisogno di piaghe per ricordarci che il sangue esiste. Scorre in noi, da noi. Il sangue ci è familiare. Il sangue: vicino. Sei tutta rossa. E così bianca. L'una e l'altra. Diventando rossa non perdi il tuo candore. Sei bianca per non esserti allontanata dal sangue. Da noi, bianche pur restando rosse, nascono tutti i colori: rosate, brune, bionde, verdi, celesti... Perché questo bianco non è sembianza. Sangue morto. Sangue nero. Nero della sembianza. Che assorbe tutto per tentare di riprendere vita. Invano... Il candore del rosso non prende niente. Rimanda come riceve. Luminoso, senza autarchia.
Luminose, noi. Senza una, né due. Non sono mai riuscita a contare. Fino a te. Saremmo due, secondo i loro calcoli. Due, veramente? Non è da ridere? Strano due. Però non una. Soprattutto non una. L'uno, che se lo tengano. Il privilegio, il dominio, il solipsismo dell'uno: anche del sole. E la strana suddivisione delle loro coppie, dove l'altro è immagine dell'uno. Immagine soltanto. Andare verso l'altro è come essere attratti dallo specchio. Specchio (appena) vivo. Superficie di ghiaccio. Muta. E' più fedele. Lavoro sfibrante del doppiaggio, dell'imitazione, in cui s'esauriscono i movimenti della nostra vita. Destinate a riprodurre. Un medesimo nel quale siamo da secoli: gli altri.
Ma come dire altrimenti ti amo? Ti amo, mia indifferente? Così ci pieghiamo al loro linguaggio. Per distinguerci, ci hanno lasciato le lacune, i difetti. Il negativo. Dovremmo essere - già questo è troppo - delle indifferenti.
Indifferente, rimani calma. Se ti muovi disturbi il loro ordine. Fai cadere tutto. Rompi il giro delle loro abitudini, il circuito dei loro scambi, del loro sapere, del loro desiderio. Del loro mondo. Indifferente non devi muoverti né commuoverti se non sono loro a chiamarti. Se dicono "vieni" allora puoi farti avanti. Un po'. Sistemandoti secondo il bisogno che hanno o non hanno di vedersi davanti la loro immagine. Uno o due passi. Nient'altro. Niente esuberanze o turbolenze. Sennò rompi tutto. La liscia superficie. La loro terra, la loro madre. La tua vita? Devi averne la sembianza, fare finta: di riceverla da loro. Piccolo ricettacolo indifferente, sottomessa alle loro pressioni, unicamente.
Dunque, noi saremmo indifferenti. Non ti fa ridere? Almeno così, di primo acchito? Indifferenti, noi? (Se ti metti a ridere ogni momento e dovunque, non potremo mai parlarci. E saremo ancora inv(i)olate nelle loro parole. Allora, ricomponiamoci un po' per provare a dire.) Non differenti, è vero. Insomma... Sarebbe troppo semplice. E quel "non" ci separa ancora per misurarci. Così disgiunte, nessun noi. Simili? Se si vuole. Un po' astratto. Non capisco bene: simili. Tu capisci? Simili agli occhi di chi? In funzione di che cosa? Quale unità di misura? Quale terzo termine? Ti tocco, mi basta per sapere che sei il mio corpo.
Ti amo: le nostre due labbra non possono separarsi per lasciar passare una parola. Una sola parola che direbbe te o me. O: uguali. Chi ama, chi è amata. Esse dicono - chiuse e aperte, senza che l'una escluda mai l'altra - l'una e l'altra si amano. Insieme. Per produrre una parola esatta, dovrebbero tenersi scostate. Nettamente scostate l'una dall'altra. Distanti l'una dall'altra, e tra loro una parola.
Ma da dove verrebbe questa parola? Tutta corretta, ben fatta, piena di senso. Neanche una fessura. Tu. Io. C'è di che ridere... Senza fessura, non sarebbe più te né me. Senza labbra, non sarebbe noi. L'unità delle parole, la loro verità, le loro proprietà, non hanno labbra. Labbra dimenticate. Le parole sono mute, quando sono state dette una volta per tutte. Rifinite come si deve, perché non perdano il loro senso - il loro sangue. Come i figli dell'uomo. Non i nostri. E, d'altronde, che bisogno o desiderio abbiamo di figli? Qui ora: vicine. Gli uomini, le donne, fanno dei figli per dare corpo alla loro vicinanza, alla loro lontananza. Ma noi?
Ti amo, infanzia. Amo te che non sei madre (scusa, madre mia, ti preferisco una donna) né sorella. Né figlia o figlio. Ti amo - e che m'importano là dove ti amo le discendenze dei nostri padri e i loro desideri di sembianze d'uomo. E le loro istituzioni genealogiche - né marito né moglie. Nessuna famiglia. Nessun personaggio, ruolo, funzione - le loro leggi riproduttive. Ti amo: il tuo corpo là qui ora. Io/tu ti/mi tocchi, può bastare perché ci sentiamo vivere.
Apri le tue labbra, non aprirle semplicemente. Non le apro semplicemente. Tu/io non siamo né aperte né chiuse. Mai ci separiamo, semplicemente: non si può dire una sola parola. Essere prodotto, uscito dalle nostre bocche. Tra le tue/mie labbra tanti canti, tanti dire sempre si rispondono. Senza che mai uno, una sia separabile dall'altra. Tu/io: fanno sempre tanti alla volta. E come uno, una, dominerebbe l'altra? Imponendo la sua voce, il suo tono, il suo senso? Esse non si distinguono. Non significa che si confondano. Non ci capite niente? Neanche loro capiscono voi.
Parla ugualmente. Che il tuo linguaggio non abbia un unico filo, un'unica sequenza, un'unica trama, è la nostra fortuna. Viene da ogni parte. Mi tocchi in ogni parte. In tutti i sensi. Un canto, un discorso, un testo, tutti in una volta, perché? Per sedurre, colmare, coprire uno dei miei "buchi"? Non ne ho con te. Le crepe, i vuoti che invocherebbero dall'altro sussistenza, pienezza, completezza, non siamo noi. Che per le nostre labbra siamo donne, non vuol dire che mangiare, consumare, riempirci sia quello che cerchiamo.
Baciami. Due labbra baciano due labbra: I'aperto ci è reso. Il nostro "mondo". Tra noi il passaggio da dentro a fuori, da fuori a dentro, non ha limiti. Non ha fine. Scambi che si allacciano senza chiudersi mai. Tra noi la casa non ha muri, il prato non ha recinto, il linguaggio non ha circolarità. Tu mi abbracci: il mondo è cosí grande che l'orizzonte si perde Insoddisfatte noi? Sí, se vuol dire che non siamo mai finite. Che il nostro piacere è di muoverci, commuoverci, continuamente. Sempre in movimenti: I'aperto non si esaurisce né si riempie.
Tanti dire, insieme, non ce l'hanno insegnato né permesso. Non è un parlare corretto. Certo potevamo -dovevamo?-esibire qualche "verità", e intanto sentirne, averne, tacerne un'altra. Il risvolto? Il complemento? Il resto? rimaneva nascosto. Segreto. Fuori e dentro, non dovevamo essere uguali. Non conviene al loro desiderio. Velare, svelare, non è la cosa che li attira? Che li tiene piú occupati? A ripetere sempre la stessa operazione. Ogni volta. Su ogni una.
Tu/io si sdoppia dunque per piacere loro. Ma cosí divise in due - una fuori, una dentro - tu non ti baci piú. Non mi baci piú. Fuori, cerchi di conformarti ad un ordine che ti è estraneo. Allontanata da te stessa ti confondi con tutto quello che ti si presenta. Mimi tutto quello che ti si accosta. Diventi tutto quello che ti tocca. Bisognosa di ritrovarti, non fai che allontanarti ancor piú da te. Da me. Assimilando un modello dopo l'altro, passando da un padrone all'altro, cambiando faccia, forma, linguaggio, a seconda di chi ti domina. Staccata(e). A forza di abusi, impassibile travestita. Non ritorni piú: indifferente. Ritorni. impenetrabile, chiusa.
Parlami. Non puoi? Non vuoi piú? Vuoi risparmiarti? Restare muta? Bianca? Vergine? Riservarti quella di dentro? Ma non esiste senza l'altra. Non ti lacerare cosí, in una scelta che ti è stata imposta. Non c'è, tra noi, nessuna rottura tra vergine e non vergine. Nessun avvenimento che ci farebbe donna. Molto prima di nascere già ti tocchi, innocente. Il sesso del tuo/mio corpo non ci viene da un'operazione. Dall'azione d'un potere, d'una funzione, d'un organo. Senza interventi o manipolazioni particolari sei già donna. Senza dover ricorrere all’esterno, già l'altra ti tocca. Inseparabile da te. Sei già, sempre e dovunque, alterata. Questo è il tuo delitto, che non hai commesso: disturbi il loro amore della proprietà.
Come dirti che nel tuo godere non c'entra il male, che gli è estraneo il bene? Che la colpa avviene soltanto quando, privata della tua fessura, su di te ormai chiusa possono iscrivere i loro possessi, praticare le loro effrazioni, rischiare le loro infrazioni, trasgressioni... E altri giochi della legge. Con cui speculano -- e tu? -- sul tuo candore. Se noi ci prestiamo, ci lasceremo ingannare, logorare. Distanti, indefinitamente, da noi, per aiutarli a raggiungere i loro scopi. Quello sarebbe il nostro compito. Se ci sottomettiamo alla loro ragione, allora siamo colpevoli. I loro calcoli - volutamente o no - mirano a renderci colpevoli.
Tu ritorni, divisa: non c'è piú noi. Divisa in rossa e bianca, nera e bianca, come ritrovarci? Ritoccarci? Tagliate, (s)partite, finite: il nostro godere si trova a dipendere dalla loro economia. Secondo la quale essere vergine significa non essere ancora contrassegnata per e da loro. Non ancora (resa) donna da e per loro. Non ancora marchiata dal loro sesso, dal loro linguaggio. Non ancora penetrata, posseduta da loro. Da conservarsi in un candore che sarebbe un'attesa, un niente, un vuoto senza di loro. Essere vergine: il futuro dei loro scambi, commerci e trasporti. La riserva per le loro esplorazioni, i loro consumi, i loro sfruttamenti. L'avvenire del loro desiderio. Non del nostro.
Come dirlo? Che noi siamo donne subito. Non abbiamo da esser rese tali, nominate per tali, consacrate e profanate come tali, da loro. Lo eravamo già, era già successo prima, senza il loro lavoro. E la loro storia (le loro storie) rappresenta(no) il luogo della nostra deportazione. Non che abbiamo un territorio per noi, ma la loro patria, con famiglia, focolare e discorso, ci imprigiona tenendoci al chiuso e impedendoci di muoverci. Di viverci. Le loro proprietà sono il nostro esilio. Le loro clausure, la morte del nostro amore. Le loro parole, il bavaglio delle nostre labbra.
Come parlare per uscire dai loro recinti, schemi, dalle loro distinzioni e opposizioni: vergine/deflorata, pura/impura, innocente/maliziosa... Come sbarazzarci di questi termini, liberarci dalle loro categorie, spogliarci dei loro nomi. Sgusciare, vive, dalle loro concezioni? Senza riserva, senza bianco immacolato che sostenga il funzionamento dei loro sistemi. Tu sai bene che non siamo mai finite ma che non ci baciamo se non siamo intere. Che la somma di tanti pezzi - di corpo di spazio, di tempo-interrompe il flusso del nostro sangue. Ci paralizza, ci irrigidisce, ci immobilizza. Più pallide. Quasi fredde.
Aspetta. Il mio sangue ritorna. Dal loro senso. Fa di nuovo caldo in noi. Tra noi. Le loro parole si svuotano. Esangui. Pelli morte. Mentre le nostre labbra tornano rosse. Si muovono, vogliono parlare. Stavi dicendo? Cosa? Niente. Tutto. Sì. Abbi pazienza. Dirai tutto. Comincia con quello che senti, adesso, subito. Il tutto verrà di seguito.
Ma non puoi anticiparlo, prevederlo, programmarlo. Il tutto non è progettabile. Controllabile. Tutto il nostro corpo si muove. Non una superficie che rimanga stabile. Non una figura o linea o punto, che restino fissi. Non una base che tenga. Ma nemmeno abissi. La profondità, per noi, non è una voragine. Dove non c'è crosta, non ci sono precipizi. La nostra profondità: lo spessore del nostro corpo, che si ritocca. Senza sopra sotto, diritto rovescio, davanti dietro, alto basso isolati. Senza spaccature né rotture.
Se tu/io esita a parlare, è perché abbiamo paura di non dire bene, vero? Ma cosa sarebbe bene o male? A che cosa ci conformeremmo parlando "bene"? In quale gerarchia, subordinazione, ci facciamo prendere? Perdere? Che pretesa è questa, di innalzarci in un discorso più valido? L'erezione, non è affare nostro: stiamo così bene sulle spiagge. Abbiamo tanti spazi da distribuirci. L'orizzonte per noi non ha mai finito di girare, sempre aperte. Distese, in una interminabile espansione, abbiamo tante voci da inventare per dire noi dovunque, anche nelle lacune, che il tempo non ci basterà. Il nostro giro non finirà mai, abbiamo tante dimensioni. Se vuoi parlare "bene", ti tendi, ti stringi, per salire. E tesa verso l'alto, ti allontani dall'illimitato del tuo corpo. Non ti elevare, ci lasci. Il cielo non è lassù, è tra noi.
E non ti contrarre sulla parola "giusta". Non c'è. Nessuna verità tra le nostre labbra. Tutto può andare bene. Tutto può essere scambiato, senza privilegi nè rifiuti. Scambiato? Tutto si scambia ma senza commercio. Tra noi, niente proprietari né acquirenti, niente oggetti determinati né prezzi. I nostri corpi si accrescono dal godere insieme. La nostra abbondanza è inesauribile: ignora la scarsità e l'opulenza. Nell'abbandono senza riserve e senza incetta, i nostri scambi sono interminabili. Come dirlo? Il linguaggio che conosciamo è così limitato...
Perché parlare, mi dirai tu? Sentiamo le stesse cose nello stesso momento. Le mie mani, i miei occhi, la mia bocca, le mie labbra, il mio corpo non ti bastano? Non è sufficiente quello che ti dicono? Potrei risponderti: sì. Ma sarebbe troppo semplice. Troppo detto per rassicurarti/ci.
Se non inventiamo un linguaggio, se non troviamo il suo linguaggio, il nostro corpo avrà troppo pochi gesti per accompagnare la nostra storia. Ci stancheremo degli stessi, lasciando il nostro desiderio latente, sofferente. Riaddormentate, insoddisfatte. E restituite alle parole degli uomini. I quali, sanno da tanto tempo. Ma non il nostro corpo. Sedotte, attirate, affascinate, estasiate del nostro divenire, resteremo paralizzate. Prive dei nostri movimenti. Immobilizzate, mentre siamo fatte per cambiare continuamente. Senza aver bisogno di balzare o di cadere. E - senza ripetizione.
Continua, senza affanno. Il tuo corpo oggi non è lo stesso di ieri. Il tuo corpo ricorda. Non occorre che tu ricordi. Che conservi, conti, capitalizzi l'ieri nella tu testa. Nella tua memoria? Il tuo corpo dice ieri in ciò che vuole oggi. Se tu pensi: ieri ero, domani sarò, tu pensi: sono un po' morta. Sii quello che diventi, senza attaccarti a quello che avresti potuto essere, a
quello che potresti essere. Senza essere mai fissata. Lasciamo le cose decisive agli indecisi. Noi non abbiamo bisogno del definitivo. Il nostro corpo, là qui ora, ci dà ben altra certezza. La verità è necessaria a quelli che si sono tanto allontanati dal loro corpo da averlo dimenticato. Ma la loro "verità" ci immobilizza, ci pietrifica, se non ce ne distacchiamo. Se non ne disfiamo il potere tentando di dire, là qui subito, come siamo commosse.
Ti muovi. Non resti mai ferma. Non ti fermi mai. Non sei mai. Come dirtelo? Sempre altra. Come parlarti? Seguendo il flusso, senza mai indurirlo. Gelarlo. Come far passare nelle parole questa corrente? Molteplice. Senza cause, sensi, qualità semplici. E tuttavia non scomponibile. Movimenti che non si traducono in un itinerario con un'origine ed un fine. Fiumi senza mare unico e definitivo. Senza argini stabiliti. Corpi senza margini definiti. Mobilità incessante. Vita. E quelle che magari chiameranno le nostre pazzie, agitazioni, commedie o bugie. Talmente sono estranee a chi pretende basarsi sul solido.
Parla ugualmente. Tra noi, il "duro" non è necessario. Conosciamo abbastanza i contorni dei nostri corpi per amare la fluidità. La nostra densità non ha bisogno d'essere perentoria, rigida. Il nostro desiderio non inclina al cadaverico.
Ma come non morire quando stiamo lontane l'una dall'altra? E' il nostro pericolo. Come aspettare che tu ritorni, se, stando distante, non puoi essere anche vicina? Se qualcosa d'ancora sensibile non ricorda, qui, ora, il contatto dei nostri corpi.
Aperte all'infinito della nostra lontananza richiuse sull'insensibile dell'assenza, come continuare a viverci? Impastate di dolore, per un lutto. Bisogna proprio che impariamo a parlarci per riuscire a baciarci da lontano. Certo, ritoccandomi mi ricordo di te. Ma sono state dette tante parole, tante parole ci parlano, che ci separano.
Inventiamo rapidamente le nostre frasi. Che dovunque e continuamente il nostro abbraccio non s'interrompa. Siamo così sottili che nessun ostacolo ci resisterà, che niente potrà opporsi al nostro ritrovarci, magari fuggitive, purché troviamo dei mezzi di trasmissione con la nostra densità. Passeremo attraverso tutto, impercettibili, senza sciupare niente, per ritrovarci. Nessuno ci vedrà niente. La nostra forza è di essere così poco resistenti. Loro sanno da tanto tempo quanto vale la nostra elasticità nel piacere di stringerci, di costringerci. Perché non ne godiamo tra noi? Invece di sottometterci al loro stampo. Fissate, marchiate, immobilizzate. Separate.
Non piangere. Un giorno riusciremo a dirci. E quello che diremo sarà ancor più bello delle nostre lagrime. Fluidissime.
Già ti sto portando con me, dovunque. Non come un bambino, un fardello, un peso. Magari amato, magari prezioso. Tu non sei in me. Non ti contengo né ti trattengo: nel mio ventre, tra le mie braccia, nella mi testa. E nemmeno nella memoria, nello spirito, nel linguaggio. Sei lì, come la vita della mia pelle. Certezza d'esistere al di qua d'ogni apparenza, d'ogni rivestimento, d'ogni appellativo. Certezza di vivere perché tu raddoppi la mia vita. Non vuol dire che tu mi dai o subordini la tua. Che tu viva mi fa sentir vivere, purché tu non sia né la mia replica né la mia imitazione.
Come dirti altrimenti: noi non siamo che in due? Noi siamo in due al di qua dei miraggi, delle immagini. Degli specchi. Tra noi, una non è quella "vera" e I'altra la copia, una originale, I'altra il riflesso. Noi che nella loro economia sappiamo simulare alla perfezione, tra noi ci rivolgiamo senza simulacro. La nostra somiglianza non ha bisogno di sembianza: perfino già nel nostro corpo. Toccati, toccami, lo "vedrai".
Non c'è bisogno che ci facciamo una seconda figura, allo specchio, per essere "in co(p)pia". Che ci ripetiamo: una seconda volta. Prima d'ogni rappresentazione, siamo due. Lascia avvicinarsi queste due che il tuo sangue ti ha fatte, che il mio corpo ti ricorda, vive. Hai sempre la bellezza toccante d'una prima volta, tu non ti lasci fissare in una riproduzione. Sei sempre commossa per la prima volta, non ti immobilizzi in nessuna forma di ritorno.
Senza modello, senza unità di misura, non diamoci mai ordine, imperativo, proibizione. Che gli unici imperativi siano inviti a muoverci: insieme. Non facciamoci mai la legge o la morale. La guerra. Non abbiamo ragione. Nessun diritto di criticarmi/ti. Se tu/io giudica, noi cessiamo d'esistere. E quello che amo in te, in me, in noi non ha luogo: la nascita mai conclusa, il corpo mai terminato, la faccia che continua a modellarsi. Le labbra mai aperte o chiuse su una verità.
La luce, per noi, non è violenta. Micidiale. Il sole, per noi, non si alza né tramonta semplicemente. La notte e il giorno si mischiano nei nostri sguardi. Nei gesti. Nei corpi. Non abbiamo, in senso stretto, un'ombra. Nessun pericolo, tra noi, che l'una o l'altra sia un doppio più oscuro. Voglio restare notturna e ritoccare in te la mia notte. Dolcemente luminosa. Non pensare soprattutto che io ti desideri brillante come un faro. Dominatrice, altera, su quello che ti circonda. Separare la luce dall'oscurità sarebbe rinunciare alla leggerezza delle nostre combinazioni. Indurire l'eterogeneità che ci fa continuamente tutta(e). Dividerci con paratie stagne, farci a pezzi, tagliarci in due o più. Mentre noi siamo sempre l'una e l'altra, al tempo stesso. Non possiamo distinguerci così. Senza finire di nascere: tutta(e). Senza limiti né bordi che non siano quelli dei nostri corpi in movimento.
E non possiamo smettere di parlare se non per un senso, impostoci della misura. Non offuscarti. Io - continua. Nonostante le molte costrizioni artificiali di spazio e di tempo, io --continuamente-ti abbraccio. Che altri ci facciano feticci, per separarci, è affare loro. Non lasciamoci immobilizzare in questo decoro.
E se tante volte insisto: non, né, senza... è per ricordarti, ricordarci che noi non ci tocchiamo se non nude. E che per ritrovarci così, abbiamo molto da svestirci. Da tante rappresentazioni e apparenze, che, ci allontanano l'una dall'altra. Ci hanno così a lungo avvolte secondo il loro desiderio, ci siamo così spesso agghindate per piacere loro, che abbiamo dimenticato la nostra pelle. Fuori della nostra pelle, restiamo distanti. Tu ed io scostate.
Tu? Io? E' detto fin troppo. Troppo concluso tra noi: tutta, tutte.
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venerdì 20 luglio 2007
IL SINDACO DI TARQUINIA FINANZIA GLI STUPRATORI
Pubblico l'articolo del Messaggero che parla dell'anomala vicenda legale che imperversa attorno ai finanziamenti agli stupratori, e non è nuova come vicenda, ricondiamo, ad esempio la vicenda dei concerti di finanziamento per Francesco Liori e Federico Fildani al Twitty Twiaster di Selargius, cui seguì una mobilitazione importante delle reti femministe italiane
http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2007/04/20/e-vietato-essere-solidali-con-chi-ha-sub-to-uno-stupro
Questa volta è gravissimo perchè si tratta di finanziamenti pubblici!!!!
ROMA (19 luglio) - Bufera sul sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai (Ds), dopo la decisione di pagare le spese legali ad alcuni degli 8 minorenni residenti nel paese arrestati per lo stupro di una ragazza di Tarquinia di 16 anni. Con una delibera di qualche giorno fa il comune ha "prestato" infatti 5 mila euro a testa ad alcuni degli otto ragazzi, tra i 15 e i 17 anni, arrestati con l'accusa di aver violentato in gruppo una ragazza di Tarquinia durante una festa di compleanno. Telefono Rosa, l'Associazione no profit che assiste le vittime di violenza, invita i cittadini a mobilitarsi contro la decisione e annuncia di aver inviato a una serie di autorità - fra cui il presidente Corte dei conti, il ministro dell'Interno Giuliano Amato e il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa - un telegramma per chiedere un intervento immediato al fine di ottenere le dimissioni senza revoca del sindaco di Montalto di Castro. «Chi destina soldi pubblici all'assistenza legale a persone accusate di stupro nonostante esistano le difese di ufficio, deve rispondere dei suoi atti con le dimissioni», afferma Telefono rosa. L'organizzazione, spiega un comunicato, «reagisce alla sconcertante iniziativa del sindaco di Montalto di Castro che ha stanziato 20.000 euro "per garantire un giusto processo" (sono i soldi a garantire la giustizia?..) a quattro giovani accusati di stupro di gruppo ai danni di una ragazza di 16 anni. La vicenda ha dell'incredibile».«In quasi vent'anni di attività non era mai successa una cosa simile - osserva Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente del Telefono Rosa - chiediamo le dimissioni immediate del sindaco e sollecita tutte le autorità, le istituzioni, le organizzazioni sociali e l'opinione pubblica a prendere una posizione contro un uso così distorto del denaro dei contribuenti. È una vergogna che si abbatte su tutta la società. In Italia, nel Lazio, nella Provincia di Roma, ci sembra impossibile che simili decisioni siano prese sulla pelle delle donne. Chiediamo un'immediata indagine da parte degli organi competenti per verificare se sia legittimo utilizzare i soldi pubblici per questo fine». «L'iniziativa del sindaco, che afferma di non aver compiuto alcun gesto nei confronti della ragazza stuprata perché, dice, "non la conosco, non l'ho mai vista in faccia, non mi ha chiesto niente" - continua l'associazione - risulta ancora più grave se si considerano i dati di una recente ricerca Istat che confermano quanto l'osservatorio del Telefono Rosa ha più volte segnalato: c'è in Italia un rilevante aumento delle violenze dentro e fuori le mura domestiche, e il fenomeno si aggrava tra le giovani generazioni». In questo quadro «iniziative certamente non ponderate da parte di organi pubblici», secondo Telefono Rosa non fanno che aggravare la già pesante condizione delle donne. «È una vergogna, uno scandalo - aveva detto ieri Miranda Perinelli, della segreteria provinciale della Cgil di Viterbo -. Quei soldi pubblici - aggiunge - sono stati usati contro una sedicenne che ha avuto il coraggio di denunciare la violenza sessuale subita. È incredibile ma è così».Il sindaco Carai si è difeso così: «Sì, abbiamo anticipato le spese legali ai ragazzi accusati di violenza sessuale che non sono in grado di provvedere da soli, né con l'aiuto delle loro famiglie. Lo abbiamo fatto perché sono tutti minorenni e perché abbiamo applicato il principio di presunzione d'innocenza previsto dall'ordinamento».
http://femminismo-a-sud.noblogs.org/post/2007/04/20/e-vietato-essere-solidali-con-chi-ha-sub-to-uno-stupro
Questa volta è gravissimo perchè si tratta di finanziamenti pubblici!!!!
ROMA (19 luglio) - Bufera sul sindaco di Montalto di Castro, Salvatore Carai (Ds), dopo la decisione di pagare le spese legali ad alcuni degli 8 minorenni residenti nel paese arrestati per lo stupro di una ragazza di Tarquinia di 16 anni. Con una delibera di qualche giorno fa il comune ha "prestato" infatti 5 mila euro a testa ad alcuni degli otto ragazzi, tra i 15 e i 17 anni, arrestati con l'accusa di aver violentato in gruppo una ragazza di Tarquinia durante una festa di compleanno. Telefono Rosa, l'Associazione no profit che assiste le vittime di violenza, invita i cittadini a mobilitarsi contro la decisione e annuncia di aver inviato a una serie di autorità - fra cui il presidente Corte dei conti, il ministro dell'Interno Giuliano Amato e il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa - un telegramma per chiedere un intervento immediato al fine di ottenere le dimissioni senza revoca del sindaco di Montalto di Castro. «Chi destina soldi pubblici all'assistenza legale a persone accusate di stupro nonostante esistano le difese di ufficio, deve rispondere dei suoi atti con le dimissioni», afferma Telefono rosa. L'organizzazione, spiega un comunicato, «reagisce alla sconcertante iniziativa del sindaco di Montalto di Castro che ha stanziato 20.000 euro "per garantire un giusto processo" (sono i soldi a garantire la giustizia?..) a quattro giovani accusati di stupro di gruppo ai danni di una ragazza di 16 anni. La vicenda ha dell'incredibile».«In quasi vent'anni di attività non era mai successa una cosa simile - osserva Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente del Telefono Rosa - chiediamo le dimissioni immediate del sindaco e sollecita tutte le autorità, le istituzioni, le organizzazioni sociali e l'opinione pubblica a prendere una posizione contro un uso così distorto del denaro dei contribuenti. È una vergogna che si abbatte su tutta la società. In Italia, nel Lazio, nella Provincia di Roma, ci sembra impossibile che simili decisioni siano prese sulla pelle delle donne. Chiediamo un'immediata indagine da parte degli organi competenti per verificare se sia legittimo utilizzare i soldi pubblici per questo fine». «L'iniziativa del sindaco, che afferma di non aver compiuto alcun gesto nei confronti della ragazza stuprata perché, dice, "non la conosco, non l'ho mai vista in faccia, non mi ha chiesto niente" - continua l'associazione - risulta ancora più grave se si considerano i dati di una recente ricerca Istat che confermano quanto l'osservatorio del Telefono Rosa ha più volte segnalato: c'è in Italia un rilevante aumento delle violenze dentro e fuori le mura domestiche, e il fenomeno si aggrava tra le giovani generazioni». In questo quadro «iniziative certamente non ponderate da parte di organi pubblici», secondo Telefono Rosa non fanno che aggravare la già pesante condizione delle donne. «È una vergogna, uno scandalo - aveva detto ieri Miranda Perinelli, della segreteria provinciale della Cgil di Viterbo -. Quei soldi pubblici - aggiunge - sono stati usati contro una sedicenne che ha avuto il coraggio di denunciare la violenza sessuale subita. È incredibile ma è così».Il sindaco Carai si è difeso così: «Sì, abbiamo anticipato le spese legali ai ragazzi accusati di violenza sessuale che non sono in grado di provvedere da soli, né con l'aiuto delle loro famiglie. Lo abbiamo fatto perché sono tutti minorenni e perché abbiamo applicato il principio di presunzione d'innocenza previsto dall'ordinamento».
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