Notizia da: NoVivisezione.org
Non e' rosea la situazione sulla sperimentazione animale in Europa e in Italia, lo confermano le statistiche europee sui dati del 2005.
Sono state da pochi giorni pubblicate le nuove statistiche sull'uso di animali per la sperimentazione in Europa, e vale quindi la pena di esaminare un po' in dettaglio i risultati, per capire come sta evolvendo la situazione. Le informazioni sono davvero tante (per esaminare il report completo si faccia riferimento alle fonti), ma vogliamo qui concentrarci sui dati piu' interessanti, quelli che ci fanno capire se stiamo peggiorando o migliorando, in tema di vivisezione.
La risposta breve e' che, purtroppo, stiamo peggiorando, sia a livello europeo che italiano. E non certo perche', come e' stato riportato in questi giorni "il numero di animali usati per i test cosmetici e' raddoppiato". Il problema non e' questo, perche' comunque gli animali usati per i test cosmetici sono lo 0,05% del totale, e il raddoppio e' dovuto a una sola nazione, la Francia, mentre per le altre e' rimasto tutto invariato. I veri problemi sono altri, e qui li esamineremo.
Campi di applicazione
Ma prima, vediamo per "che cosa" sono usati gli animali, in Italia e in Europa, cioe' quali sono le percentuali nei vari settori. Gli animali sono usati per:
44% nella ricerca di base - 33% in UE
27,5% nella ricerca e sviluppo di farmaci - 31% in UE
15,4% nei test obbligatori per legge specifici per i farmaci - 15,3% in UE
8,9% nei test tossicita' - 8%in UE
4,2% per la diagnosi di malattie, didattica e "altro" - 8% in UE
Aumento totale di animali
La prima notizia negativa e' che il numero totale di animali e' aumentato del 3,2% rispetto ai dati del 2002 (rimanendo solo all'interno dell'Europa dei 15, senza contare i nuovi 10 stati aggiunti dopo), arrivando a un totale di 12,1 milioni di animali usati ogni anno nei 25 stati membri. Animali, ricordiamolo, imprigionati, sottoposti a sofferenze spesso estreme, e poi uccisi. Non si tratta solo di "numeri", ma di esseri senzienti ammazzati senza alcuna giustificazione. L'Italia e' al quinto posto (dopo Francia, UK, Germania, Grecia), con quasi 900.000 animali (in linea coi dati dal 2000 in avanti).
Non esistono pero' statistiche a parte per gli animali geneticamente modificati, ma dovrebbero invece esistere, perche' altrimenti non vengono contati gli animali genticamente modificati che nascono sofferenti a causa della manipolazione genetica e magari muoiono poco dopo senza mai essere usati, o che nascono morti, o le cui madri muoiono in gravidanza o dandoli alla luce. Questi non entrano nel conto degli animali usati, ma, dato che gli animali geneticamente modificati si usano sempre di piu', in realta' il numero di animali morti e/o sofferenti a causa della vivisezione, e' ben piu' alto di quello riportato dalle statistiche.
Si inverte il trend discendente dei test di tossicita', in Italia
A fronte di una diminuzione del 20% circa degli animali usati per i test di tossicita' delle sostanze chimiche, obbligatori per legge, tra il 2000 e il 2003, si assiste ora invece a un aumento del 17% dal 2003 al 2005, in Italia, tornando quindi quasi alla situazione di partenza. A livello europeo invece si assiste a una diminuzione di questo genere di test, del 20% dal 2002 al 2005, speriamo che questo trend globale continui.
Continua il trend discendente dei test obbligatori per legge specifici per i farmaci
La buona notizia e' che il trend discedente dei test obbligatori per legge specifici per i farmaci, continua, almeno in Italia: dal 2000 al 2003 in questo settore l'uso di animali è dimezzato, si e' passati da circa 330.000 animali nel 2000 a 167.000 nel 2003. Nel 2005, questo numero e' ancora diminuito, passando a 138.000 circa, diminuendo quindi di un altro 18%. Questa e' l'unica notizia positiva.
Aumenta moltissimo l'uso nella ricerca di base
I due campi in cui si ha il maggior uso di animali rimangono quelli della "ricerca di base" e della "ricerca e sviluppo" di farmaci, entrambi campi in cui non vi e' obbligo di legge che costringa a usare animali, e quindi si tratta di una libera scelta (purtroppo TROPPO libera) del ricercatore (o vivisettore che dir si voglia).
Ma, mentre per la "ricerca e sviluppo" di farmaci il numero di animali usati rimane negli anni piu' o meno invariato (-15% dal 2000 al 2003, +8% dal 2003 al 2005), e' devastante l'aumento del numero di animali usati nella ricerca di base: gia' dal 2000 al 2003 c'e' stato un aumento di ben il 40% in questo settore, e questo trend vergognoso non si sta affatto invertendo, l'aumento spaventoso rimane, e anzi, aumenta di un altro 3%!
Per quanto riguarda gli studi sul cancro, per esempio, dal 2000 al 2005 c'e' stato quasi un raddoppio del numero di animali usati, si e' passati da circa 70.000 a circa 124.000! Questi studi servono solo a curare il cancro - artificiale - dei topi e dei ratti, non sono certo utili ai malati umani.
Aumentato molto anche l'uso di animali nelle ricerche sulle malattie cardiovascolari UMANE: un +30% dal 2000 al 2003, un altro +30% dal 2003 al 2005! Sapendo che si tratta di malattie che potrebbero essere quasi del tutto eliminate con la sola prevenzione, soprattutto incentrata su una corretta alimentazione - a base vegetale -, questo sterminio di animali, di tempo, risorse e soldi si rivela ancora piu' ingiustificato.
Come gia' spiegato due anni fa, questo aumento della vivisezione nel campo della ricerca di base e' doppiamente vergognoso: da un lato perche' non c'e' nessun obbligo di legge, quindi sta aumentando la vivisezione proprio nei campi in cui non e' affatto obbligatoria. Dall'altro perche' questa vivisezione è stata pagata coi nostri soldi. E' stata svolta nelle università - sovvenzionate con denaro pubblico, delle nostre tasse - e presso i laboratori delle associazioni per la ricerca medica che chiedono ogni anno l'aiuto di tutti i cittadini "di buon cuore" con le loro maratone televisive e altri eventi raccattasoldi. Soldi che non vanno ad aiutare i malati, ma vengono spesi per fare "ricerca" su malattie fasulle create artificialmente su una specie diversa da quella umana.
Conclusioni
La conclusione e' che, mentre da un lato e' incoraggiante che i test obbligatori per legge stiano iniziando a usare altre strade per essere effettuati, ed evolvano verso un minor uso di animali (sperando di arrivare presto a un uso nullo!), e' davvero deprimente che a livello di ricerca di base e applicata permanga la mentalita' che gli studi su animali sono "utili". Quando riusciremo ad eliminare questo "dogma"? Certamente gran parte di questo aumento e' dovuto all'uso di animali geneticamente modificati - patetico tentativo di rendere topi e ratti "piu' somiglianti" all'uomo, ed implicita ammissione di fallimento delle vivisezione - ma quanto non migliora le cose, anzi.
Quel che ciascuno di noi puo' fare, dunque, e' informare quanto piu' possibile le persone - conoscenti e non - sul fatto che le donazioni per la ricerca medica vanno quasi sempre a finire - almeno in parte - a finanziare la vivisezione, in modo da creare una opposizione quanto piu' ampia possibile tra al gente. Si puo' informare con presidi, manifestazioni, scrivendo lettere ai giornali, con materiali informativi cartacei, ecc., facendo riferimento alla campagna "Per una ricerca di base senza animali", che trovate descritta a questa pagina:
http://www.novivisezione.org/info/ricerca_di_base.htm
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sabato 24 novembre 2007
venerdì 20 luglio 2007
LA VERA STORIA DELLE SCOPERTE BIOMEDICHE

Brandon Reines da una sua conferenza al Convegno della DBAE (Doctors in Britain against Animal Experiments). Londra, aprile 1991
Sono diventato storico della medicina per caso, in modo indiretto. Quando intrapresi la scuola di veterinaria ed iniziai ad approfondire la conoscenza della scienza medica, mi parvero sempre più sospette le affermazioni riguardanti l'importanza della sperimentazione animale per il progresso della medicina. Ero alquanto stanco degli inutili dibattiti etici, privi di fondamento e contesto scientifico, sul diritto o meno di utilizzare il topo in un esperimento. Volevo sapere se gli esperimenti sugli animali fossero effettivamente utili allo scopo che si prefiggevano ed, in tal caso, perché. Ciò mi portò a studiare la documentazione che mi fornivano la storia e la filosofia della scienza ed anche ad analizzare un gran numero di casi clinici, in modo da poter capire come e perché gli animali erano stati usati negli esperimenti medici. Ciò che ho scoperto contraddice la posizione ufficiale del governo, ovvero che la sperimentazione animale ha praticamente introdotto tutti i maggiori progressi degli ultimi cento anni. Ho scoperto che, al contrario, gli esperimenti fatti sugli animali hanno in realtà molto spesso sviato le scienze biomediche e che non sono un mezzo per fare scoperte in questo campo. Ho anche capito che la maggior parte delle grandi scoperte della medicina sono realizzate da medici e chirurghi che studiano pazienti umani durante la loro vita e poi in sede di autopsia, e che gli esperimenti sugli animali si fanno in genere per convincere colleghi scettici della validità di una scoperta già fatta in un contesto clinico. Nella mia tesi sulla scoperta biomedica, il processo inizia sempre con una "ipotesi clinica", e questa ipotesi clinica iniziale deriva da una osservazione clinica particolare. Ad esempio, nella prima parte del secolo attuale, i chirurghi iniziarono ad osservare una strana forma di cancro del polmone negli uomini che fumavano. Questa osservazione li portò all'ipotesi clinica che il fumo delle sigarette è causa di cancro al polmone. Negli ultimi anni '40, alcuni epidemiologi statunitensi ed inglesi fecero un vasto studio sulla popolazione per stabilire se l'ipotesi iniziale era corretta, e queste statistiche umane resero chiaro, verso il 1950, che le sigarette portano il cancro al polmone negli esseri umani. Tuttavia, l'azione degli Organi della Sanità nei confronti del fumo fu bloccata per molti anni perché i ricercatori non riuscivano, insufflando fumo nelle vie respiratorie degli animali da laboratorio, a riprodurre in loro il tumore del polmone. Provarono il fumo sulle cavie, sui ratti, sui topi ed altri animali, ma furono incapaci di produrre il cancro nei loro polmoni; e questo permise ai produttori di tabacco di affermare che le sigarette erano del tutto innocue. Una volta messa a punto questa tesi sulle scoperte biomediche, applicandola a tutti i casi disponibili in fisiologia, patologia, terapeutica e profilassi, decisi che era tempo di affrontare la mia opera maestra: cercare di capire come, negli anni '40, Claude Bernard abbia potuto convincere il mondo scientifico che la sperimentazione animale sia un metodo di ricerca affidabile. Bernard, grazie al suo libro "Una introduzione allo studio della medicina sperimentale", vera " bibbia" della sperimentazione, è considerato il padre della moderna ricerca di laboratorio. Leggendo con attenzione ogni passaggio del libro di Claude Bernard, mi resi conto che egli aveva attribuito arbitrariamente le scoperte mediche in generale e le sue in particolare alla sperimentazione animale. Lo aveva fatto in modo subdolo e molto efficace e, con un'analisi attenta, ho capito come vi fosse riuscito. Con il testo "Una introduzione...." Bernard ha poi trasmesso ai suoi successori in tutti i laboratori di sperimentazione un racconto falsato delle scoperte biomediche. I ricercatori moderni hanno seguito a puntino gli insegnamenti errati di C. Bernard. L'idea principale è: pretendere sempre di avere fatto la scoperta "per caso". Questo permette al ricercatore di affermare un'assoluta priorità su di essa. E' un modo di sostenere che la sua scoperta non è stata ispirata da osservazione clinica, anche se invariabilmente lo è stata. Bernard sostenne infatti sempre che le sue scoperte erano "nate per caso". Ma noi sappiamo che questo è falso. E' come dire che un razzo è stato costruito "per caso". Nel caso di Bernard, le sue scoperte avvennero perché aveva letto casi di patologia umana. Ad esempio, la sua più grande scoperta fu che i succhi pancreatici digeriscono i grassi. Disse di avere fatto la scoperta grazie ad una osservazione casuale nel corso di una sperimentazione su di un coniglio. Lo storico americano Fred Holmes esaminò gli appunti di Bernard per avere la prova che questo esperimento fosse realmente stato effettuato, ma non riuscì a trovare assolutamente alcun riferimento ad esso. Bernard lo aveva inventato per assicurare la sua priorità nella scoperta. Come ho scritto in "The Journal of Medicine and Philosophy", Bernard aveva in realtà fatto la scoperta leggendo di un "esperimento della Natura": il caso di un paziente in cui il dotto pancreatico era stato bloccato da un tumore. Il paziente aveva sempre presentato molti grassi nelle feci perché i succhi pancreatici non potevano raggiungere il suo intestino. Molti casi simili erano stati riportati negli anni '30, ma Bernard pretese di aver fatto la scoperta durante questo esperimento apocrifo sul coniglio, del 1948, molti anni dopo i primi studi clinici. Io chiamo la tattica di Bernard "inversione cronologica". Egli sostiene che gli studi effettuati sugli animali conducano agli studi sull'uomo, mentre avviene esattamente l'opposto: gli studi compiuti sull'uomo, con autopsie, sono le reali fonti di ispirazione ed hanno sempre condotto ai tentativi di "conferma" negli animali delle ipotesi cliniche. Poiché gli animali da laboratorio danno i risultati più svariati, si può dimostrare o confermare qualsiasi ipotesi si desideri. Il ricercatore che voglia plagiare una scoperta, può farlo, sostenendo di essere stato il primo ad avere "dimostrato" ciò che prima era solo un "vago sospetto" dovuto agli studi compiuti attraverso autopsie sull'uomo. Il racconto distorto della ricerca biomedica fatto da Claude Bernard ha avuto un effetto altamente negativo sul progresso della medicina. Tre sono stati gli effetti principali: 1) i ricercatori che facevano uso di animali hanno plagiato per molti anni i ricercatori medici affermando di avere "confermato" ciò che i medici nelle loro ricerche cliniche avevano "semplicemente ipotizzato". In realtà chi fa affermazioni del genere non sa niente di come le ipotesi devono realmente essere sperimentate in un con testo biomedico. 2) molte delle grandi scoperte della medicina del ventesimo secolo sono state ritardate di molto, talvolta anche di 50 anni. (spiegherò questo in seguito) 3) l'accettazione di nuove ed importanti teorie biomediche basate su studi clinici anziché sulla sperimentazione animale è stata sempre ostacolata a causa della informazione errata fornita da Bernard. Nell'introduzione ho illustrato come l'ipotesi della relazione tra sigarette e cancro al polmone non fosse stata presa seriamente in considerazione negli anni '50 perché si basava su osservazioni cliniche e non su studi fatti sugli animali. E poiché gli esperimenti condotti sugli animali sono di assai maggiore impatto sull'opinione pubblica che non le osservazioni cliniche (ad esempio nel caso dei babbuini che fumano) questi esperimenti venivano usati più volentieri per "vendere" l'idea che le sigarette sono causa di cancro al polmone negli esseri umani. Sfortunatamente i ricercatori non riuscirono a replicare "l'esperimento" umano, se non alla fine degli anni '60. Soltanto allora riuscirono a provocare infine nei cani, insufflando fumo nei loro polmoni, una forma di tumore. Ci erano voluti circa 17 anni per trovare il modo di riprodurre grossolanamente in un animale una malattia dell'uomo. Un altro dei casi nei quali gli esperimenti sugli animali hanno ritardato il progresso della medicina è quello della chirurgia del by-pass. Benché ampiamente propagandata come scoperta dovuta alla sperimentazione animale, questa chirurgia è stata in realtà per lunghi anni ostacolata da esperimenti devianti condotti su animali. Alexis Carrel, che praticava la sperimentazione animale, è generalmente considerato il fondatore della chirurgia del by-pass. In realtà, non fu Carrel ma il ricercatore clinico francese Jean Kunlin che la scoprì nel 1949, senza aver fatto alcuna sperimentazione animale in precedenza. Kunlin fece un'indagine che copriva 200 anni di osservazioni cliniche su di un raro "esperimento della natura" chiamato aneurisma arteriovenoso (AA). I pazienti affetti da AA hanno le vene che pulsano come arterie e che si intasano come fossero arterie. Prima di Carrel, lunghi studi sulle vene di pazienti affetti da AA avevano portato alla conclusione che le vene umane potessero sopportare la pressione sanguigna relativamente alta del sistema arterioso. Kunlin, cosciente di questi studi clinici, decise di usare un segmento di vena dello stesso paziente per fare un by-pass nell'arteria ostruita. Funzionò molto bene. Sfortunatamente, in seguito, ricercatori americani vollero innestare segmenti di vene nel sistema arterioso dei cani. E cosa accadde? Gli innesti venosi diedero luogo ad aneurismi. L'esperimento fu riportato nel 1952 all'annuale convegno dell'"American College of Surgeons" (Collegio Americano dei Chirurghi) e creò molta agitazione. Questi risultati di laboratorio allontanarono la maggior parte dei chirurghi americani dall'impiego delle vene dello stesso paziente come materiale di innesto per il by-pass, mentre successivamente fu dimostrato che proprio questa era la tecnica migliore nella chirurgia del by-pass per le gambe e per il cuore. Vediamo dunque che gli esperimenti sugli animali hanno fuorviato la ricerca e rinviato lo sviluppo della chirurgia del by-pass. Anche lo sviluppo del trapianto di fegato fu procrastinato per molti anni a causa di esperimenti. Simonsen e Dempster, i più attivi sperimentatori su cani in Inghilterra, sostennero che i trapianti di fegato non avrebbero potuto in alcun modo funzionare sugli esseri umani a causa della violenza del rigetto. In realtà, dei chirurghi americani di Boston, guidati da David Hume, decisero comunque di tentare tali trapianti sulle persone, poiché, avendo osservato una naturale riduzione delle difese immunitarie nei pazienti con gravi problemi al fegato, avevano concluso che con molta probabilità questi pazienti avrebbero tollerato l'impianto meglio dei cani in buone condizioni di salute. L'équipe del Peter Bent Brigham ignorò i risultati ottenuti sugli animali e tentò i trapianti sui pazienti, che funzionarono per ben sei mesi, cioè dieci volte il limite di tempo raggiunto nei cani. Un altro esempio di ritardo del progresso medico causato dagli esperimenti sugli animali è il caso del vaccino antipolio. Mentre il merito viene ampiamente attribuito alla sperimentazione animale, esperimenti fuorvianti fatti sulle scimmie ritardarono in realtà l'applicazione del vaccino per più di 30 anni. Simon Flexner, che portò avanti gli esperimenti sulle scimmie nel 1911, era a capo dell'Istituto Rockefeller per la Ricerca Medica, e quindi la sua opinione aveva grande peso. Flexner aveva insufflato il virus della polio nei nasi delle scimmie e su questa base aveva concluso che la polio è essenzialmente una malattia del cervello e del midollo spinale. Ma se si insuffla un virus nel naso è ovvio che si dirigerà prima al cervello. Perciò egli, costringendo il virus ad andare al cervello, stava forzando le risposte della natura nel senso da lui desiderato. In realtà, da studi su bambini poliomielitici, si scoprì che la polio è essenzialmente una malattia della zona intestinale e che generalmente non tocca il midollo spinale causando paralisi. Una volta che gli scienziati realizzarono che il virus della polio si sviluppava nell'intestino degli esseri umani, conclusero che poteva svilupparsi anche in un tessuto intestinale in provetta. Questa scoperta permise la coltura di un numero di virus sufficiente per la produzione di un vaccino di massa. John Enders e la sua équipe ad Harvard sono stati i primi a sviluppare la polio in tessuto di coltura. Questa svolta rese gli studi per la polio fatti sulle scimmie del tutto obsoleti. Ma questi studi avevano intanto rinviato di 30 anni il vaccino antipolio. Come ho già detto prima, il racconto distorto delle scoperte biomediche ha portato ad una grande diffusione del plagio da parte dei ricercatori sugli animali, a danno dei medici ricercatori. Un caso classico è quello di Philip Levine, che ha in realtà scoperto il cosiddetto "fattore rhesus" delle cellule ematiche, ma il cui lavoro fu plagiato da un ricercatore che sperimentava sulle scimmie. Levine fece la sua scoperta studiando una donna, Mary Seno, in un ospedale di New York. Essa aveva avuto una grave reazione immunologica al suo bambino, nato morto, ed al sangue donatole dal marito. Su questa base Levine dedusse che il marito ed il bambino dovevano avere nel sangue (sulla superficie delle cellule ematiche) un fattore sconosciuto che a lei mancava. Sfortunatamente, quando Levine pubblicò il caso nel 1939 non diede un nome al fattore sanguigno, e tutti sanno che "chi dà un nome ad una scoperta la può rivendicare". Ciò permise ai ricercatori che operavano sulle scimmie rhesus di farsi avanti tentando di riprodurre l'esperienza di Mary Seno sulle scimmie. Essi in realtà fallirono nel tentativo di trovare lo stesso fattore nelle scimmie, ma diedero, comunque, a quello scoperto da Levine il nome di fattore "rhesus" o "Rh". Ecco come la scoperta clinica di Levine fu plagiata dai ricercatori che sperimentavano sulle scimmie. Prevedo che diverrà sempre più difficile per chi fa ricerca clinica ottenere l'accettazione di nuove teorie mediche. La ragione è che le teorie diventano sempre più complesse e di conseguenza è sempre più difficile "confermare", o meglio "evidenziare" un'ipotesi clinica con un esperimento animale. Con tale esperimento si può strappare via un organo o colpire con il laser un tessuto, ma non si può provare una teoria medica complessa. Al momento attuale vi sono molte importanti scoperte mediche che non vengono accettate perché non possono essere "provate" da esperimenti animali, benché siano solidamente basate sull'evidenza clinica. Un'esempio è la scoperta che un basso livello di radiazione su di un padre o una madre può causare la leucemia nei discendenti, anche se la radiazione avviene prima del concepimento. Questa scoperta non è confermata da esperimenti animali. Un altro esempio è una nuova teoria globale sulla malattia chiamata la Teoria Mutagenica delle Malattie Croniche. Concepita da Irwin D. Y. Bross, questa teoria sostiene che la maggior parte delle malattie degenerative e circolatorie sono in realtà causate dal danno ambientale al DNA umano. Ma questa teoria non può essere "provata" con esperimenti animali e di conseguenza, come la teoria sul fumo ed il cancro, è ostinatamente rifiutata dall'"establishment" medico. E' per questo che mi è parso necessario studiare e conoscere il processo delle scoperte biomediche e soprattutto abbandonare la convinzione che il metodo di sperimentazione animale di Claude Bernard sia un metodo scientifico.
Sono diventato storico della medicina per caso, in modo indiretto. Quando intrapresi la scuola di veterinaria ed iniziai ad approfondire la conoscenza della scienza medica, mi parvero sempre più sospette le affermazioni riguardanti l'importanza della sperimentazione animale per il progresso della medicina. Ero alquanto stanco degli inutili dibattiti etici, privi di fondamento e contesto scientifico, sul diritto o meno di utilizzare il topo in un esperimento. Volevo sapere se gli esperimenti sugli animali fossero effettivamente utili allo scopo che si prefiggevano ed, in tal caso, perché. Ciò mi portò a studiare la documentazione che mi fornivano la storia e la filosofia della scienza ed anche ad analizzare un gran numero di casi clinici, in modo da poter capire come e perché gli animali erano stati usati negli esperimenti medici. Ciò che ho scoperto contraddice la posizione ufficiale del governo, ovvero che la sperimentazione animale ha praticamente introdotto tutti i maggiori progressi degli ultimi cento anni. Ho scoperto che, al contrario, gli esperimenti fatti sugli animali hanno in realtà molto spesso sviato le scienze biomediche e che non sono un mezzo per fare scoperte in questo campo. Ho anche capito che la maggior parte delle grandi scoperte della medicina sono realizzate da medici e chirurghi che studiano pazienti umani durante la loro vita e poi in sede di autopsia, e che gli esperimenti sugli animali si fanno in genere per convincere colleghi scettici della validità di una scoperta già fatta in un contesto clinico. Nella mia tesi sulla scoperta biomedica, il processo inizia sempre con una "ipotesi clinica", e questa ipotesi clinica iniziale deriva da una osservazione clinica particolare. Ad esempio, nella prima parte del secolo attuale, i chirurghi iniziarono ad osservare una strana forma di cancro del polmone negli uomini che fumavano. Questa osservazione li portò all'ipotesi clinica che il fumo delle sigarette è causa di cancro al polmone. Negli ultimi anni '40, alcuni epidemiologi statunitensi ed inglesi fecero un vasto studio sulla popolazione per stabilire se l'ipotesi iniziale era corretta, e queste statistiche umane resero chiaro, verso il 1950, che le sigarette portano il cancro al polmone negli esseri umani. Tuttavia, l'azione degli Organi della Sanità nei confronti del fumo fu bloccata per molti anni perché i ricercatori non riuscivano, insufflando fumo nelle vie respiratorie degli animali da laboratorio, a riprodurre in loro il tumore del polmone. Provarono il fumo sulle cavie, sui ratti, sui topi ed altri animali, ma furono incapaci di produrre il cancro nei loro polmoni; e questo permise ai produttori di tabacco di affermare che le sigarette erano del tutto innocue. Una volta messa a punto questa tesi sulle scoperte biomediche, applicandola a tutti i casi disponibili in fisiologia, patologia, terapeutica e profilassi, decisi che era tempo di affrontare la mia opera maestra: cercare di capire come, negli anni '40, Claude Bernard abbia potuto convincere il mondo scientifico che la sperimentazione animale sia un metodo di ricerca affidabile. Bernard, grazie al suo libro "Una introduzione allo studio della medicina sperimentale", vera " bibbia" della sperimentazione, è considerato il padre della moderna ricerca di laboratorio. Leggendo con attenzione ogni passaggio del libro di Claude Bernard, mi resi conto che egli aveva attribuito arbitrariamente le scoperte mediche in generale e le sue in particolare alla sperimentazione animale. Lo aveva fatto in modo subdolo e molto efficace e, con un'analisi attenta, ho capito come vi fosse riuscito. Con il testo "Una introduzione...." Bernard ha poi trasmesso ai suoi successori in tutti i laboratori di sperimentazione un racconto falsato delle scoperte biomediche. I ricercatori moderni hanno seguito a puntino gli insegnamenti errati di C. Bernard. L'idea principale è: pretendere sempre di avere fatto la scoperta "per caso". Questo permette al ricercatore di affermare un'assoluta priorità su di essa. E' un modo di sostenere che la sua scoperta non è stata ispirata da osservazione clinica, anche se invariabilmente lo è stata. Bernard sostenne infatti sempre che le sue scoperte erano "nate per caso". Ma noi sappiamo che questo è falso. E' come dire che un razzo è stato costruito "per caso". Nel caso di Bernard, le sue scoperte avvennero perché aveva letto casi di patologia umana. Ad esempio, la sua più grande scoperta fu che i succhi pancreatici digeriscono i grassi. Disse di avere fatto la scoperta grazie ad una osservazione casuale nel corso di una sperimentazione su di un coniglio. Lo storico americano Fred Holmes esaminò gli appunti di Bernard per avere la prova che questo esperimento fosse realmente stato effettuato, ma non riuscì a trovare assolutamente alcun riferimento ad esso. Bernard lo aveva inventato per assicurare la sua priorità nella scoperta. Come ho scritto in "The Journal of Medicine and Philosophy", Bernard aveva in realtà fatto la scoperta leggendo di un "esperimento della Natura": il caso di un paziente in cui il dotto pancreatico era stato bloccato da un tumore. Il paziente aveva sempre presentato molti grassi nelle feci perché i succhi pancreatici non potevano raggiungere il suo intestino. Molti casi simili erano stati riportati negli anni '30, ma Bernard pretese di aver fatto la scoperta durante questo esperimento apocrifo sul coniglio, del 1948, molti anni dopo i primi studi clinici. Io chiamo la tattica di Bernard "inversione cronologica". Egli sostiene che gli studi effettuati sugli animali conducano agli studi sull'uomo, mentre avviene esattamente l'opposto: gli studi compiuti sull'uomo, con autopsie, sono le reali fonti di ispirazione ed hanno sempre condotto ai tentativi di "conferma" negli animali delle ipotesi cliniche. Poiché gli animali da laboratorio danno i risultati più svariati, si può dimostrare o confermare qualsiasi ipotesi si desideri. Il ricercatore che voglia plagiare una scoperta, può farlo, sostenendo di essere stato il primo ad avere "dimostrato" ciò che prima era solo un "vago sospetto" dovuto agli studi compiuti attraverso autopsie sull'uomo. Il racconto distorto della ricerca biomedica fatto da Claude Bernard ha avuto un effetto altamente negativo sul progresso della medicina. Tre sono stati gli effetti principali: 1) i ricercatori che facevano uso di animali hanno plagiato per molti anni i ricercatori medici affermando di avere "confermato" ciò che i medici nelle loro ricerche cliniche avevano "semplicemente ipotizzato". In realtà chi fa affermazioni del genere non sa niente di come le ipotesi devono realmente essere sperimentate in un con testo biomedico. 2) molte delle grandi scoperte della medicina del ventesimo secolo sono state ritardate di molto, talvolta anche di 50 anni. (spiegherò questo in seguito) 3) l'accettazione di nuove ed importanti teorie biomediche basate su studi clinici anziché sulla sperimentazione animale è stata sempre ostacolata a causa della informazione errata fornita da Bernard. Nell'introduzione ho illustrato come l'ipotesi della relazione tra sigarette e cancro al polmone non fosse stata presa seriamente in considerazione negli anni '50 perché si basava su osservazioni cliniche e non su studi fatti sugli animali. E poiché gli esperimenti condotti sugli animali sono di assai maggiore impatto sull'opinione pubblica che non le osservazioni cliniche (ad esempio nel caso dei babbuini che fumano) questi esperimenti venivano usati più volentieri per "vendere" l'idea che le sigarette sono causa di cancro al polmone negli esseri umani. Sfortunatamente i ricercatori non riuscirono a replicare "l'esperimento" umano, se non alla fine degli anni '60. Soltanto allora riuscirono a provocare infine nei cani, insufflando fumo nei loro polmoni, una forma di tumore. Ci erano voluti circa 17 anni per trovare il modo di riprodurre grossolanamente in un animale una malattia dell'uomo. Un altro dei casi nei quali gli esperimenti sugli animali hanno ritardato il progresso della medicina è quello della chirurgia del by-pass. Benché ampiamente propagandata come scoperta dovuta alla sperimentazione animale, questa chirurgia è stata in realtà per lunghi anni ostacolata da esperimenti devianti condotti su animali. Alexis Carrel, che praticava la sperimentazione animale, è generalmente considerato il fondatore della chirurgia del by-pass. In realtà, non fu Carrel ma il ricercatore clinico francese Jean Kunlin che la scoprì nel 1949, senza aver fatto alcuna sperimentazione animale in precedenza. Kunlin fece un'indagine che copriva 200 anni di osservazioni cliniche su di un raro "esperimento della natura" chiamato aneurisma arteriovenoso (AA). I pazienti affetti da AA hanno le vene che pulsano come arterie e che si intasano come fossero arterie. Prima di Carrel, lunghi studi sulle vene di pazienti affetti da AA avevano portato alla conclusione che le vene umane potessero sopportare la pressione sanguigna relativamente alta del sistema arterioso. Kunlin, cosciente di questi studi clinici, decise di usare un segmento di vena dello stesso paziente per fare un by-pass nell'arteria ostruita. Funzionò molto bene. Sfortunatamente, in seguito, ricercatori americani vollero innestare segmenti di vene nel sistema arterioso dei cani. E cosa accadde? Gli innesti venosi diedero luogo ad aneurismi. L'esperimento fu riportato nel 1952 all'annuale convegno dell'"American College of Surgeons" (Collegio Americano dei Chirurghi) e creò molta agitazione. Questi risultati di laboratorio allontanarono la maggior parte dei chirurghi americani dall'impiego delle vene dello stesso paziente come materiale di innesto per il by-pass, mentre successivamente fu dimostrato che proprio questa era la tecnica migliore nella chirurgia del by-pass per le gambe e per il cuore. Vediamo dunque che gli esperimenti sugli animali hanno fuorviato la ricerca e rinviato lo sviluppo della chirurgia del by-pass. Anche lo sviluppo del trapianto di fegato fu procrastinato per molti anni a causa di esperimenti. Simonsen e Dempster, i più attivi sperimentatori su cani in Inghilterra, sostennero che i trapianti di fegato non avrebbero potuto in alcun modo funzionare sugli esseri umani a causa della violenza del rigetto. In realtà, dei chirurghi americani di Boston, guidati da David Hume, decisero comunque di tentare tali trapianti sulle persone, poiché, avendo osservato una naturale riduzione delle difese immunitarie nei pazienti con gravi problemi al fegato, avevano concluso che con molta probabilità questi pazienti avrebbero tollerato l'impianto meglio dei cani in buone condizioni di salute. L'équipe del Peter Bent Brigham ignorò i risultati ottenuti sugli animali e tentò i trapianti sui pazienti, che funzionarono per ben sei mesi, cioè dieci volte il limite di tempo raggiunto nei cani. Un altro esempio di ritardo del progresso medico causato dagli esperimenti sugli animali è il caso del vaccino antipolio. Mentre il merito viene ampiamente attribuito alla sperimentazione animale, esperimenti fuorvianti fatti sulle scimmie ritardarono in realtà l'applicazione del vaccino per più di 30 anni. Simon Flexner, che portò avanti gli esperimenti sulle scimmie nel 1911, era a capo dell'Istituto Rockefeller per la Ricerca Medica, e quindi la sua opinione aveva grande peso. Flexner aveva insufflato il virus della polio nei nasi delle scimmie e su questa base aveva concluso che la polio è essenzialmente una malattia del cervello e del midollo spinale. Ma se si insuffla un virus nel naso è ovvio che si dirigerà prima al cervello. Perciò egli, costringendo il virus ad andare al cervello, stava forzando le risposte della natura nel senso da lui desiderato. In realtà, da studi su bambini poliomielitici, si scoprì che la polio è essenzialmente una malattia della zona intestinale e che generalmente non tocca il midollo spinale causando paralisi. Una volta che gli scienziati realizzarono che il virus della polio si sviluppava nell'intestino degli esseri umani, conclusero che poteva svilupparsi anche in un tessuto intestinale in provetta. Questa scoperta permise la coltura di un numero di virus sufficiente per la produzione di un vaccino di massa. John Enders e la sua équipe ad Harvard sono stati i primi a sviluppare la polio in tessuto di coltura. Questa svolta rese gli studi per la polio fatti sulle scimmie del tutto obsoleti. Ma questi studi avevano intanto rinviato di 30 anni il vaccino antipolio. Come ho già detto prima, il racconto distorto delle scoperte biomediche ha portato ad una grande diffusione del plagio da parte dei ricercatori sugli animali, a danno dei medici ricercatori. Un caso classico è quello di Philip Levine, che ha in realtà scoperto il cosiddetto "fattore rhesus" delle cellule ematiche, ma il cui lavoro fu plagiato da un ricercatore che sperimentava sulle scimmie. Levine fece la sua scoperta studiando una donna, Mary Seno, in un ospedale di New York. Essa aveva avuto una grave reazione immunologica al suo bambino, nato morto, ed al sangue donatole dal marito. Su questa base Levine dedusse che il marito ed il bambino dovevano avere nel sangue (sulla superficie delle cellule ematiche) un fattore sconosciuto che a lei mancava. Sfortunatamente, quando Levine pubblicò il caso nel 1939 non diede un nome al fattore sanguigno, e tutti sanno che "chi dà un nome ad una scoperta la può rivendicare". Ciò permise ai ricercatori che operavano sulle scimmie rhesus di farsi avanti tentando di riprodurre l'esperienza di Mary Seno sulle scimmie. Essi in realtà fallirono nel tentativo di trovare lo stesso fattore nelle scimmie, ma diedero, comunque, a quello scoperto da Levine il nome di fattore "rhesus" o "Rh". Ecco come la scoperta clinica di Levine fu plagiata dai ricercatori che sperimentavano sulle scimmie. Prevedo che diverrà sempre più difficile per chi fa ricerca clinica ottenere l'accettazione di nuove teorie mediche. La ragione è che le teorie diventano sempre più complesse e di conseguenza è sempre più difficile "confermare", o meglio "evidenziare" un'ipotesi clinica con un esperimento animale. Con tale esperimento si può strappare via un organo o colpire con il laser un tessuto, ma non si può provare una teoria medica complessa. Al momento attuale vi sono molte importanti scoperte mediche che non vengono accettate perché non possono essere "provate" da esperimenti animali, benché siano solidamente basate sull'evidenza clinica. Un'esempio è la scoperta che un basso livello di radiazione su di un padre o una madre può causare la leucemia nei discendenti, anche se la radiazione avviene prima del concepimento. Questa scoperta non è confermata da esperimenti animali. Un altro esempio è una nuova teoria globale sulla malattia chiamata la Teoria Mutagenica delle Malattie Croniche. Concepita da Irwin D. Y. Bross, questa teoria sostiene che la maggior parte delle malattie degenerative e circolatorie sono in realtà causate dal danno ambientale al DNA umano. Ma questa teoria non può essere "provata" con esperimenti animali e di conseguenza, come la teoria sul fumo ed il cancro, è ostinatamente rifiutata dall'"establishment" medico. E' per questo che mi è parso necessario studiare e conoscere il processo delle scoperte biomediche e soprattutto abbandonare la convinzione che il metodo di sperimentazione animale di Claude Bernard sia un metodo scientifico.
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Dove sono le prove che la ricerca su animali sia utile per l'uomo?

Traduzione dell'articolo “Where is the evidence that animal research benefits humans?”, pubblicato nella rivista scientifica British Medical Journal, nel numero 328 del 28-2-2004 (pp. 514-517).
TESTO:
Sommario
- E' necessario sottoporre con urgenza a una valutazione rigorosa il valore degli esperimenti su animali per possibili cure per l'uomo.
- Le verifiche sistematiche possono fornire informazioni importanti sulla validità della ricerca animale.
- Le poche rassegne esistenti hanno evidenziato carenze quali la conduzione simultanea di prove su animali e sull'uomo.
- La qualità metodologica di parecchi studi su animali era molto bassa.
- Le verifiche sistematiche dovrebbero diventare la norma, allo scopo di assicurare che venga fatto l'uso migliore dei dati su animali già esistenti e per migliorare le stime degli effetti desumibili dagli esperimenti su animali.
- Gran parte delle ricerche condotte su animali per cure che dovrebbero essere applicate agli uomini, sono sprecate perché condotte in maniera inadeguata e perché non vengono valutate attraverso verifiche sistematiche.
I medici clinici e l'opinione pubblica partono in genere dal presupposto che gli esperimenti su animali abbiano dato un contributo alla cura delle malattie umane, ma poche sono le prove disponibili che supportino questo punto di vista. Sono disponibili ben pochi metodi per valutare l'applicabilità o l'importanza clinica della ricerca di base condotta su animali, per cui il suo apporto alla cura dei malati (al di là dell'aspetto scientifico) rimane incerto.[1] Vengono spesso usate come giustificazione prove aneddotiche o affermazioni non suffragate da prove - ad esempio viene detto che la necessità di effettuare esperimenti su animali è "autoevidente" [2] o che "la sperimentazione animale è un importante metodo di ricerca che si è dimostrato valido nel tempo". [3] Affermazioni del genere non rappresentano prove adeguate a dimostrare la validità di un ambito di ricerca così controverso. Siamo convinti che sia necessaria una verifica sistematica delle ricerche esistenti e di quelle future.
La valutazione della sperimentazione animale
Malgrado la mancanza di prove sistematiche della sua efficacia, la ricerca di base sugli animali nel Regno Unito riceve molti più fondi di quella clinica [1, 4, 5]. Questo, e il fatto che l'opinione pubblica accetta che si sperimenti sugli animali soltanto perché è convinta che gli esseri umani ne traggano beneficio[6], rendono necessaria e urgente una valutazione attendibile della rilevanza degli esperimenti sugli animali per la medicina umana.
Le ricerche sugli animali possono essere valutate facendo uso di diversi metodi, tra cui l'analisi storica [7], la critica ai modelli animali [8], la ricerca sullo sviluppo delle cure [5] i sondaggi condotti sui medici [9] e l'analisi delle citazioni [10]. Tuttavia il metodo migliore di raccogliere prove sulla validità della sperimentazione animale consiste nel condurre verifiche sistematici delle ricerche su animali e, quando possibile, paragonarne i risultati con i risultati delle prove corrispondenti su pazienti umani. Quali sono dunque i risultati degli studi condotti in questo modo?
Valutazioni sistematiche della sperimentazione animale
Abbiamo condotto una ricerca sulla banca dati Medline per identificare le verifche sistematiche degli esperimenti su animali (si veda bmj.com per i dettagli della strategia di consultazione). La ricerca ha identificato 277 pubblicazioni candidate, di cui 22 erano resoconti di verifiche sistematici. Siamo anche a conoscenza di uno studio pubblicato di recente e di due studi non pubblicati, con i quali il totale sale a 25. Altri tre studi sono in corso (M. Macleod, comunicazione personale).
Sette dei 25 articoli erano verifiche sistematiche di esperimenti su animali che erano stati condotti per scoprire come le ricerche su animali avessero influenzato la ricerca clinica. Due erano basati sullo stesso gruppo di studi, il che faceva scendere il totale in questa categoria a sei. Altri dieci articoli erano verifiche sistematiche di esperimenti su animali condotte per valutare se i dati ottenuti dagli animali fossero tali da giustificare il passaggio alla sperimentazione clinica oppure condotte per stabilire una base di dati. Otto riguardavano studi condotti in un particolare campo sia sugli umani che sugli animali, anche in questo caso prima dell'esecuzione di prove cliniche. Ci concentriamo sui sei studi della prima categoria in quanto sono quelli che gettano più luce sul contributo della sperimentazione animale alla medicina umana.
Calcio-antagonisti nell'ictus
La prima verifica sistematica della sperimentazione animale, condotta da Horn e altri [11], fu intrapresa dopo che la loro verifica sistematica della prove cliniche di efficacia della nimopidina per l'ictus acuto non trovò prove di un effetto clinicamente rilevante [12]. La loro rassegna degli esperimenti animali sulla nimodipina non riscontrò prove convincenti di effetti positivi che potessero sostenere la decisione di intraprendere una sperimentazione clinica su umani. Horn ed altri trovarono anche che la qualità metodologica degli studi su animali compresi nella rassegna era bassa, e fecero riferimento in particolare al fatto che spesso gli animali non erano randomizzati, non c'erano valutazioni in cieco, e gli sviluppi successivi alla fase acuta non erano misurati. Inoltre gli esperimenti animali sulla nimodipina furono condotti in parallelo a quelli sui pazienti umani, e non successivamente, come sarebbe invece stato logico se lo scopo degli esperimenti sugli animali fosse stato quello di raccogliere informazioni preventive per la successiva sperimentazione clinica.
Terapia laser a basso livello per la guarigione delle ferite
Dopo che venne dimostrata l'inefficacia della terapia laser a basso livello per migliorare la rimarginazione delle ferite, Lucas ed altri hanno condotto una ricerca per scoprire in base a quali dati fosse stato deciso di condurre la sperimentazione clinica [13]. Gli autori hanno riscontrato che gli studi su animali non avevano fornito prove univoche a favore della decisione di intraprendere studi clinici, che la qualità metodologica degli esperimenti su animali era bassa, e che gli esperimenti sui pazienti umani e quelli su animali erano stati condotti non gli uni dopo gli altri, ma simultaneamente. Il loro commento sulla pertinenza dei modelli animali per le situazioni cliniche reali includeva il fatto che i modelli animali non mostravano complicanze piuttosto comuni nella rimarginazione delle ferite nei pazienti umani come l'ischemia, le infezioni e i residui necrotici.
Rianimazione con somministrazione di liquidi in caso di emorragia
Roberts ed altri [14] e Mapstone ed altri [15] hanno valutato le prove derivanti da esperimenti su animali a sostegno della rianimazione con fluidi per i pazienti colpiti da emorragia acuta. La loro precedente verifica sistematica dei test cliniche nella rianimazione con liquidi, non aveva trovato alcuna prova del fatto che questa tecnica desse buoni risultati e anzi aveva evidenziato la possibilità che risultasse dannosa [16]. La rassegna degli esperimenti condotti su animali riscontrò che la rianimazione con fluidi riduceva il rischio di morte nei modelli animali di grave emorragia ma lo aumentava in quelli con emorragia meno grave. Gli autori concludevano che l'eccesso di rianimazione con liquidi può essere dannoso in alcune situazioni.
La rassegna evidenziava di nuovo la bassa qualità metodologica dei singoli esperimenti su animali. Inoltre, dal momento che gli esperimenti erano condotti su un numero ridotto di animali, le stime di efficacia derivanti da questi studi erano imprecise. Gli autori sostenevano che valutazioni sistematiche e la metanalisi di precedenti esperimenti condotti su animali avrebbero potuto assicurare che nuovi esperimenti su animali non si prefiggessero lo scopo di rispondere a domande che avevano già ricevuto risposta e aumentare la precisione delle stime di efficacia delle cure, riducendo così il numero di animali da utilizzare in esperimenti successivi.
Trombolisi per l'infarto
Uno studio non pubblicato di Ciccone e Candelise verificava sistematicamente gli esperimenti randomizzati controllati su modelli animali dell'infarto, i quali confrontavano l'effetto di farmaci trombolitici con quelli di un placebo o con la situazione su gruppi di controllo non trattati [17]. Lo studio era stato intrapreso perché le prove cliniche dell'uso di farmaci trombolitici per l'infarto acuto avevano evidenziato un rischio di emorragia intracranica notevolmente maggiore rispetto a quanto era stato previsto dai singoli studi su animali. Quando i dati su animali furono raccolti e confrontati, venne evidenziata una differenza significativa nell'incidenza di emorragie intracraniche tra gli animali del gruppo di controllo e quelli trattati.
Lo stress e le cardiopatie coronariche
Petticrew e Davey Smith hanno esaminato studi randomizzati e di osservazione sugli effetti delle gerarchie e dello stress sulle cardiopatie coronariche nei primati [18]. Non hanno trovato prove convincenti di un nesso tra lo status sociale o lo stress indotto sperimentalmente e le cardiopatie coronariche. Tra i primati maschi, ad essere associata alle cardiopatie era la posizione sociale dominante piuttosto che quella subordinata, il che contraddice un vasto corpus di studi epidemiologici sullo stress e le cardiopatie coronariche basati sull'osservazione [19]. Gli autori hanno notato che gli epidemiologi sociali avevano citato soltanto gli studi che confermavano le loro opinioni precedenti su questa correlazione positiva ed avevano ignorato quelli che presentavano risultati negativi. Nel campo dell'epidemiologia psicosociale la pratica della citazione era altamente selettiva, e produceva l'impressione fuorviante che gli studi sui primati confermassero l'opinione che gli effetti sulla salute dell'ineguaglianza sociale si manifestassero attraverso meccanismi psicosociali. Gli autori hanno concluso che i dati derivanti dai primati non sostengono queste tesi, di notevolissima rilevanza per la salute pubblica.
Antagonisti dell'endotelina nello scompenso cardiaco
Lee e colleghi [20] hanno condotto un censimento sistematico e una metanalisi delle prove controllate degli antagonisti dell'endotelina nei modelli animali di scompenso cardiaco dopo che le prove cliniche su pazienti umani avevano riscontrato una totale assenza di effetti positivi. Hanno riscontrato che gli esperimenti su animali erano condotti su piccoli campioni e mal progettati, e facevano un uso incoerente della randomizzazione e della tecnica in cieco. Messe insieme, le analisi dei dati su animali non fornivano prove di un beneficio complessivo e mostravano una tendenza all'aumento della mortalità in caso di somministrazione precoce. Gli autori caldeggiavano un uso maggiore delle verifiche sistematiche nella valutazione preclinica dei medicinali.
Implicazioni
Le prove cliniche della nimodipina e della terapia laser di basso livello sono state condotte contemporaneamente agli studi su animali, mentre quelle sulla rianimazione con fluidi, sulla terapia trombolitica e sugli antagonisti dell'endotelina sono state intraprese malgrado fossero disponibili prove di effetti dannosi sugli animali. Ciò indica che i dati derivanti dagli animali sono stati considerati non pertinenti, il che fa sorgere dubbi sul motivo che aveva spinto a intraprenderli e mina alla base il principio che gli esperimenti sugli animali siano necessari allo sviluppo della medicina umana.
Inoltre, parecchi degli esperimenti su animali erano progettati male. Gli esperimenti su animali sono in grado di far decidere quali cure sia il caso di far procedere alla fase di sperimentazione clinica solo se i loro risultati sono validi e precisi e se vengono condotti prima dell'inizio delle prove cliniche. Risultati distorti o imprecisi di esperimenti su animali possono avere come risultato la sperimentazione clinica di sostanze biologicamente inerti o persino dannose, che espongono i pazienti a rischi superflui oltre che costituire uno spreco di fondi per la ricerca. Inoltre, se gli esperimenti su animali non danno informazioni utili alla ricerca medica per gli umani, o se la qualità degli esperimenti è così bassa da rendere i loro risultati non decisivi, tali esperimenti saranno stati vani. Una valutazione della validità degli esperimenti animali si rivela dunque essenziale sia per la salvaguardia della salute umana che per gli animali stessi.
Benché la randomizzazione e le procedure in cieco siano metodologie standard nella ricerca clinica, non esistono standard corrispondenti nella sperimentazione animale [21]. Bebarta ed altri hanno concluso che gli studi su animali che non riportavano di aver usato la randomizzazione e il cieco avevano una maggiore probabilità di riportare effetti curativi rispetto a quelli che usavano questi metodi [22]. Il box riassume altri potenziali problemi metodologici.
Anche se gli esperimenti animali forniscono risultati validi e stime sufficientemente precise degli effetti terapeutici da permettere di escludere l'effetto del caso, la misura in cui tali risultati possono ragionevolmente essere estesi agli umani rimane una questione aperta. Forse è stato a causa di questa incertezza che i dati derivanti dagli animali furono trascurati nei casi discussi sopra.
Conclusione
La valutazione formale del contributo degli esperimenti sugli animali alla pratica clinica rappresenta una necessità urgente. Le verifiche sistematiche e le metanalisi degli esperimenti su animali condotti sinora rappresenterebbero un importante passo in avanti in questo processo. Le verifche sistematiche (soprattutto le metanalisi cumulative di esperimenti in corso [23]) potrebbero determinare in maniera più efficiente i casi in cui gli studi su animali hanno permesso di raggiungere una conclusione valida. Il Consiglio della ricerca medica del Regno Unito obbliga i ricercatori che stanno progettando una prova clinica a far riferimento alle verifiche sistematiche di lavori precedenti sul tema [24]. Un simile obbligo a far riferimento, o se necessario a condurre, recensioni sistematiche di esperimenti attinenti condotti su animali prima delle prove cliniche renderebbe difficile trascurare o citare selettivamente le prove derivanti da tali studi, o condurre simultaneamente prove sugli animali e sugli uomini.
Le verifiche sistematiche sostengono il principio della riduzione, in quanto possono evitare di intraprendere esperimenti su animali aventi lo scopo di rispondere a domande di cui è già nota la risposta. Questo principio, esposto nelle "tre R" (riduzione e rimpiazzo degli animali e raffinamento delle procedute) viene considerato un fondamento della ricerca su animali [25]. Le verifiche sistematiche sarebbero anche utili in medicina veterinaria per valutare l'efficacia delle cure per gli animali malati.
Le verifiche sistematiche dei test su animali aumenterebbero la precisione degli effetti stimati delle cure sugli umani usate nel calcolo dell'estensione delle prove cliniche su esseri umani, riducendo così il rischio di falsi negativi. Esse sono inoltre in grado di far luce sul processo di trasposizione (o della sua impossibilità) dei risultati ottenuti dalla ricerca su animali nella ricerca clinica, oltre ad offrire l'opportunità di valutare l'appropriatezza dei modelli animali usati. Infine, è necessario confrontare i risultati delle ricerche su animali con quelli ottenuti su esseri umani per vedere fino a che punto gli uni possano predire gli altri.
Negli anni Settanta Comroe e Dripps condussero uno studio ambizioso allo scopo di determinare in che misura i più importanti progressi della medicina fossero stati determinati rispettivamente dalla ricerca di base e dalla ricerca clinica; la loro conclusione fu che il 62% degli articoli che avevano portato a progressi decisivi erano il risultato della ricerca di base. Nel 1980 Smith mise in evidenza parecchi difetti metodologici dello studio di Comroe e Dripps [26]; la sua conclusione fu che lo studio non era scientifico ma che la lezione principale che se ne poteva trarre è che la ricerca stessa deve essere oggetto di indagini scientifiche in modo da poter assegnare i fondi in maniera intelligente piuttosto che sulla base di prove aneddotiche. Più di recente Grant ed altri hanno osservato come gli investimenti del Consiglio delle Ricerche britannico nella ricerca di base siano pasati di recente dal 42% del totale della ricerca e sviluppo per fini civili, nel 1991, al 61% nel 1998-99 [5]. Per quanto gli autori riconoscono che sarebbe difficile attribuire questo aumento al lavoro di Conroe e Dripps, essi osservano tuttavia che il loro studio viene spesso citato a sostegno dell'aumento dei finanziamenti alla ricerca biomedica di base. Grant ed altri hanno provato a replicare lo studio di Conroe e Dripps e hanno trovato che "non era riproducibile, affidabile o valido, e che pertanto costituisce una base documentaria insufficiente per giustificare un aumento degli investimenti nella ricerca biomedica di base [5].
La Cochrane and Campbell Collaborations per la verifica sistematica delle prove documentarie in medicina e nelle scienze sociali, offre dei modelli secondo cui sarebbe possibile organizzare ed esaminare sistematicamente la letturatura sugli esperimenti con animali [27, 28]. Nelle verifiche sistematiche sono presenti diverse fonti di possibile distorsione - ad esempio è probabile che le prove su animali condotte dalle industrie farmaceutiche non siano di dominio pubblico per ragioni commerciali - ma ragioni di spazio ci impediscono di prenderle in considerazione qui. Idealmente, non si dovrebbero effettuare nuovi esperimenti su animali fino a quando non venga fatto l'uso migliore di quelli esistenti e fino a quando non sia stata valutata la loro validità e la loro generalizzabilità al campo della pratica clinica.
Ringraziamo la Society for Accountability of Animal Studies in Biomedical Research and Education (www.s-a-b-r-e.org) per l'aiuto fornitoci nell'ottenere alcune pubblicazioni e Margaret Burke per averci aiutato a definire una strategia di ricerca. Siamo anche grati per il loro sostegno ai membri di RATS, soprattutto a Malcolm Macleod, che ha letto e commentato una versione precedente di questo manoscritto.
Gli autori sono un sociologo e quattro epidemiologi, tre dei quali conducono verifiche sistematici per la Cochrane Collaboration. Le idee di questo articolo si sono sviluppate attraverso il nostro lavoro nei campi dei censimenti sistematici, della sperimentazione clinica, della verifica degli esperimenti animali precedenti alle prove cliniche e dell'esame delle ragioni per cui il problema della cura dell'infarto e dei traumi cerebrali non è stato risolto.
Interessi in competizione: PS ha ricevuto un piccolo sostegno per la ricerca da industrie farmaceutiche e compensi e rimborsi delle spese di viaggio per lezioni che è stato invitato a tenere nel corso di convegni nazionali e internazionali finanziati da diverse ditte, tra cui Sanofi-BMS, Boehringer Ingelheim, GlaxoWellcome/GSK, e Servier; ha ricevuto compensi come consulente dalla Bayer e dalla Sanofi-BMS per singole consulenze. PP e SE hanno presentato una richiesta di finanziamento (che non è stata accettata) al Wellcome Trust per un'analisi storica della sperimentazione animale, e PS e IR hanno presentato una richiesta di finanziamento (che non è stata accettata) al MRC per fondi di ricerca finalizzati alla conduzione di verifiche sistematiche degli esperimenti condotti su animali, e hanno intenzione di presentarne ancora.
Problemi metodologici della sperimentazione animale
* Uso di diverse specie e ceppi di animali, caratterizzati da variazioni nei percorsi metabolici e nei metaboliti dei farmaci, il che causa variazioni nell'efficacia e nella tossicità.
* Uso di diversi modelli per l'induzione delle patologie o dei traumi, caratterizzati da diversi gradi di somiglianza alle condizioni corrispondenti nell'uomo.
* Variazioni nella posologia dei farmaci, di cui non si conosce la rilevanza ai fini di una trasposizione all'uomo.
* Variabilità nei metodi di selezione degli animali impiegati nello studio, nei metodi di randomizzazione, nella scelta della terapia di confronto (nessuna, placebo, uso dei soli eccipienti), e nel riportare il numero di individui perduti al follow-up.
* Campioni piccoli e non adeguatamente rappresentativi, analisi statistica semplicistica che non tiene conto di possibili fattori di confusione e mancato adeguamento ai principi dell'intenzione di curare.
* E' possibile che alcune sfumature della tecnica di laboratorio che possono esercitare un influsso sui risultati non vengano né riconosciute né riportate - un esempio sono i metodi per fare sì che l'esperimento sia in cieco.
* Scelta di diverse misure dell'esito, che possono essere surrogati o precursori di malattie e la cui rilevanza ai fini di una trasposizione all'uomo è incerta.
* Variazioni nel periodo di tempo scelto per determinare l'esito della patologia, periodo che può o meno corrispondere a quello in cui essa può essere latente negli esseri umani.
Autori:
- Pandora Pound, Shah Ebrahim, Peter Sandercock, Michael B Bracken, Ian Roberts per il gruppo RATS (Reviewing Animal Trials Systematically - Verifica sistematica degli esperimenti sugli animali)
- Department of Social Medicine, University of Bristol, Bristol BS8 2PR
Pandora Pound research fellow
Shah Ebrahim professor
- Department of Clinical Neurosciences, University of Edinburgh,Western General Hospital, Edinburgh EH4 2XU
Peter Sandercock professor
- Center for Perinatal, Pediatric, and Environmental Epidemiology, Yale University School of Medicine, New Haven, CT 06520 USA
Michael B Bracken professor
- London School of Hygiene and Tropical Medicine, London WC1B 3DP
Ian Roberts professor
Indirizzo per la corrispondenza: Ian.Roberts@lshtm. ac.uk
I particolari della strategia di consultazione delle banche dati e i riferimenti bibliografici w1-w18 sono su bmj.com
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[26] Smith R. Comroe and Dripps revisited. BMJ 1987;295:1404-7.
[27] Cochrane Collaboration. www.cochrane.org (accessed 20 Jan 2003).
[28] Campbell Collaboration. www.campbellcollaboration.org (accessed 20 Jan 2003).
TESTO:
Sommario
- E' necessario sottoporre con urgenza a una valutazione rigorosa il valore degli esperimenti su animali per possibili cure per l'uomo.
- Le verifiche sistematiche possono fornire informazioni importanti sulla validità della ricerca animale.
- Le poche rassegne esistenti hanno evidenziato carenze quali la conduzione simultanea di prove su animali e sull'uomo.
- La qualità metodologica di parecchi studi su animali era molto bassa.
- Le verifiche sistematiche dovrebbero diventare la norma, allo scopo di assicurare che venga fatto l'uso migliore dei dati su animali già esistenti e per migliorare le stime degli effetti desumibili dagli esperimenti su animali.
- Gran parte delle ricerche condotte su animali per cure che dovrebbero essere applicate agli uomini, sono sprecate perché condotte in maniera inadeguata e perché non vengono valutate attraverso verifiche sistematiche.
I medici clinici e l'opinione pubblica partono in genere dal presupposto che gli esperimenti su animali abbiano dato un contributo alla cura delle malattie umane, ma poche sono le prove disponibili che supportino questo punto di vista. Sono disponibili ben pochi metodi per valutare l'applicabilità o l'importanza clinica della ricerca di base condotta su animali, per cui il suo apporto alla cura dei malati (al di là dell'aspetto scientifico) rimane incerto.[1] Vengono spesso usate come giustificazione prove aneddotiche o affermazioni non suffragate da prove - ad esempio viene detto che la necessità di effettuare esperimenti su animali è "autoevidente" [2] o che "la sperimentazione animale è un importante metodo di ricerca che si è dimostrato valido nel tempo". [3] Affermazioni del genere non rappresentano prove adeguate a dimostrare la validità di un ambito di ricerca così controverso. Siamo convinti che sia necessaria una verifica sistematica delle ricerche esistenti e di quelle future.
La valutazione della sperimentazione animale
Malgrado la mancanza di prove sistematiche della sua efficacia, la ricerca di base sugli animali nel Regno Unito riceve molti più fondi di quella clinica [1, 4, 5]. Questo, e il fatto che l'opinione pubblica accetta che si sperimenti sugli animali soltanto perché è convinta che gli esseri umani ne traggano beneficio[6], rendono necessaria e urgente una valutazione attendibile della rilevanza degli esperimenti sugli animali per la medicina umana.
Le ricerche sugli animali possono essere valutate facendo uso di diversi metodi, tra cui l'analisi storica [7], la critica ai modelli animali [8], la ricerca sullo sviluppo delle cure [5] i sondaggi condotti sui medici [9] e l'analisi delle citazioni [10]. Tuttavia il metodo migliore di raccogliere prove sulla validità della sperimentazione animale consiste nel condurre verifiche sistematici delle ricerche su animali e, quando possibile, paragonarne i risultati con i risultati delle prove corrispondenti su pazienti umani. Quali sono dunque i risultati degli studi condotti in questo modo?
Valutazioni sistematiche della sperimentazione animale
Abbiamo condotto una ricerca sulla banca dati Medline per identificare le verifche sistematiche degli esperimenti su animali (si veda bmj.com per i dettagli della strategia di consultazione). La ricerca ha identificato 277 pubblicazioni candidate, di cui 22 erano resoconti di verifiche sistematici. Siamo anche a conoscenza di uno studio pubblicato di recente e di due studi non pubblicati, con i quali il totale sale a 25. Altri tre studi sono in corso (M. Macleod, comunicazione personale).
Sette dei 25 articoli erano verifiche sistematiche di esperimenti su animali che erano stati condotti per scoprire come le ricerche su animali avessero influenzato la ricerca clinica. Due erano basati sullo stesso gruppo di studi, il che faceva scendere il totale in questa categoria a sei. Altri dieci articoli erano verifiche sistematiche di esperimenti su animali condotte per valutare se i dati ottenuti dagli animali fossero tali da giustificare il passaggio alla sperimentazione clinica oppure condotte per stabilire una base di dati. Otto riguardavano studi condotti in un particolare campo sia sugli umani che sugli animali, anche in questo caso prima dell'esecuzione di prove cliniche. Ci concentriamo sui sei studi della prima categoria in quanto sono quelli che gettano più luce sul contributo della sperimentazione animale alla medicina umana.
Calcio-antagonisti nell'ictus
La prima verifica sistematica della sperimentazione animale, condotta da Horn e altri [11], fu intrapresa dopo che la loro verifica sistematica della prove cliniche di efficacia della nimopidina per l'ictus acuto non trovò prove di un effetto clinicamente rilevante [12]. La loro rassegna degli esperimenti animali sulla nimodipina non riscontrò prove convincenti di effetti positivi che potessero sostenere la decisione di intraprendere una sperimentazione clinica su umani. Horn ed altri trovarono anche che la qualità metodologica degli studi su animali compresi nella rassegna era bassa, e fecero riferimento in particolare al fatto che spesso gli animali non erano randomizzati, non c'erano valutazioni in cieco, e gli sviluppi successivi alla fase acuta non erano misurati. Inoltre gli esperimenti animali sulla nimodipina furono condotti in parallelo a quelli sui pazienti umani, e non successivamente, come sarebbe invece stato logico se lo scopo degli esperimenti sugli animali fosse stato quello di raccogliere informazioni preventive per la successiva sperimentazione clinica.
Terapia laser a basso livello per la guarigione delle ferite
Dopo che venne dimostrata l'inefficacia della terapia laser a basso livello per migliorare la rimarginazione delle ferite, Lucas ed altri hanno condotto una ricerca per scoprire in base a quali dati fosse stato deciso di condurre la sperimentazione clinica [13]. Gli autori hanno riscontrato che gli studi su animali non avevano fornito prove univoche a favore della decisione di intraprendere studi clinici, che la qualità metodologica degli esperimenti su animali era bassa, e che gli esperimenti sui pazienti umani e quelli su animali erano stati condotti non gli uni dopo gli altri, ma simultaneamente. Il loro commento sulla pertinenza dei modelli animali per le situazioni cliniche reali includeva il fatto che i modelli animali non mostravano complicanze piuttosto comuni nella rimarginazione delle ferite nei pazienti umani come l'ischemia, le infezioni e i residui necrotici.
Rianimazione con somministrazione di liquidi in caso di emorragia
Roberts ed altri [14] e Mapstone ed altri [15] hanno valutato le prove derivanti da esperimenti su animali a sostegno della rianimazione con fluidi per i pazienti colpiti da emorragia acuta. La loro precedente verifica sistematica dei test cliniche nella rianimazione con liquidi, non aveva trovato alcuna prova del fatto che questa tecnica desse buoni risultati e anzi aveva evidenziato la possibilità che risultasse dannosa [16]. La rassegna degli esperimenti condotti su animali riscontrò che la rianimazione con fluidi riduceva il rischio di morte nei modelli animali di grave emorragia ma lo aumentava in quelli con emorragia meno grave. Gli autori concludevano che l'eccesso di rianimazione con liquidi può essere dannoso in alcune situazioni.
La rassegna evidenziava di nuovo la bassa qualità metodologica dei singoli esperimenti su animali. Inoltre, dal momento che gli esperimenti erano condotti su un numero ridotto di animali, le stime di efficacia derivanti da questi studi erano imprecise. Gli autori sostenevano che valutazioni sistematiche e la metanalisi di precedenti esperimenti condotti su animali avrebbero potuto assicurare che nuovi esperimenti su animali non si prefiggessero lo scopo di rispondere a domande che avevano già ricevuto risposta e aumentare la precisione delle stime di efficacia delle cure, riducendo così il numero di animali da utilizzare in esperimenti successivi.
Trombolisi per l'infarto
Uno studio non pubblicato di Ciccone e Candelise verificava sistematicamente gli esperimenti randomizzati controllati su modelli animali dell'infarto, i quali confrontavano l'effetto di farmaci trombolitici con quelli di un placebo o con la situazione su gruppi di controllo non trattati [17]. Lo studio era stato intrapreso perché le prove cliniche dell'uso di farmaci trombolitici per l'infarto acuto avevano evidenziato un rischio di emorragia intracranica notevolmente maggiore rispetto a quanto era stato previsto dai singoli studi su animali. Quando i dati su animali furono raccolti e confrontati, venne evidenziata una differenza significativa nell'incidenza di emorragie intracraniche tra gli animali del gruppo di controllo e quelli trattati.
Lo stress e le cardiopatie coronariche
Petticrew e Davey Smith hanno esaminato studi randomizzati e di osservazione sugli effetti delle gerarchie e dello stress sulle cardiopatie coronariche nei primati [18]. Non hanno trovato prove convincenti di un nesso tra lo status sociale o lo stress indotto sperimentalmente e le cardiopatie coronariche. Tra i primati maschi, ad essere associata alle cardiopatie era la posizione sociale dominante piuttosto che quella subordinata, il che contraddice un vasto corpus di studi epidemiologici sullo stress e le cardiopatie coronariche basati sull'osservazione [19]. Gli autori hanno notato che gli epidemiologi sociali avevano citato soltanto gli studi che confermavano le loro opinioni precedenti su questa correlazione positiva ed avevano ignorato quelli che presentavano risultati negativi. Nel campo dell'epidemiologia psicosociale la pratica della citazione era altamente selettiva, e produceva l'impressione fuorviante che gli studi sui primati confermassero l'opinione che gli effetti sulla salute dell'ineguaglianza sociale si manifestassero attraverso meccanismi psicosociali. Gli autori hanno concluso che i dati derivanti dai primati non sostengono queste tesi, di notevolissima rilevanza per la salute pubblica.
Antagonisti dell'endotelina nello scompenso cardiaco
Lee e colleghi [20] hanno condotto un censimento sistematico e una metanalisi delle prove controllate degli antagonisti dell'endotelina nei modelli animali di scompenso cardiaco dopo che le prove cliniche su pazienti umani avevano riscontrato una totale assenza di effetti positivi. Hanno riscontrato che gli esperimenti su animali erano condotti su piccoli campioni e mal progettati, e facevano un uso incoerente della randomizzazione e della tecnica in cieco. Messe insieme, le analisi dei dati su animali non fornivano prove di un beneficio complessivo e mostravano una tendenza all'aumento della mortalità in caso di somministrazione precoce. Gli autori caldeggiavano un uso maggiore delle verifiche sistematiche nella valutazione preclinica dei medicinali.
Implicazioni
Le prove cliniche della nimodipina e della terapia laser di basso livello sono state condotte contemporaneamente agli studi su animali, mentre quelle sulla rianimazione con fluidi, sulla terapia trombolitica e sugli antagonisti dell'endotelina sono state intraprese malgrado fossero disponibili prove di effetti dannosi sugli animali. Ciò indica che i dati derivanti dagli animali sono stati considerati non pertinenti, il che fa sorgere dubbi sul motivo che aveva spinto a intraprenderli e mina alla base il principio che gli esperimenti sugli animali siano necessari allo sviluppo della medicina umana.
Inoltre, parecchi degli esperimenti su animali erano progettati male. Gli esperimenti su animali sono in grado di far decidere quali cure sia il caso di far procedere alla fase di sperimentazione clinica solo se i loro risultati sono validi e precisi e se vengono condotti prima dell'inizio delle prove cliniche. Risultati distorti o imprecisi di esperimenti su animali possono avere come risultato la sperimentazione clinica di sostanze biologicamente inerti o persino dannose, che espongono i pazienti a rischi superflui oltre che costituire uno spreco di fondi per la ricerca. Inoltre, se gli esperimenti su animali non danno informazioni utili alla ricerca medica per gli umani, o se la qualità degli esperimenti è così bassa da rendere i loro risultati non decisivi, tali esperimenti saranno stati vani. Una valutazione della validità degli esperimenti animali si rivela dunque essenziale sia per la salvaguardia della salute umana che per gli animali stessi.
Benché la randomizzazione e le procedure in cieco siano metodologie standard nella ricerca clinica, non esistono standard corrispondenti nella sperimentazione animale [21]. Bebarta ed altri hanno concluso che gli studi su animali che non riportavano di aver usato la randomizzazione e il cieco avevano una maggiore probabilità di riportare effetti curativi rispetto a quelli che usavano questi metodi [22]. Il box riassume altri potenziali problemi metodologici.
Anche se gli esperimenti animali forniscono risultati validi e stime sufficientemente precise degli effetti terapeutici da permettere di escludere l'effetto del caso, la misura in cui tali risultati possono ragionevolmente essere estesi agli umani rimane una questione aperta. Forse è stato a causa di questa incertezza che i dati derivanti dagli animali furono trascurati nei casi discussi sopra.
Conclusione
La valutazione formale del contributo degli esperimenti sugli animali alla pratica clinica rappresenta una necessità urgente. Le verifiche sistematiche e le metanalisi degli esperimenti su animali condotti sinora rappresenterebbero un importante passo in avanti in questo processo. Le verifche sistematiche (soprattutto le metanalisi cumulative di esperimenti in corso [23]) potrebbero determinare in maniera più efficiente i casi in cui gli studi su animali hanno permesso di raggiungere una conclusione valida. Il Consiglio della ricerca medica del Regno Unito obbliga i ricercatori che stanno progettando una prova clinica a far riferimento alle verifiche sistematiche di lavori precedenti sul tema [24]. Un simile obbligo a far riferimento, o se necessario a condurre, recensioni sistematiche di esperimenti attinenti condotti su animali prima delle prove cliniche renderebbe difficile trascurare o citare selettivamente le prove derivanti da tali studi, o condurre simultaneamente prove sugli animali e sugli uomini.
Le verifiche sistematiche sostengono il principio della riduzione, in quanto possono evitare di intraprendere esperimenti su animali aventi lo scopo di rispondere a domande di cui è già nota la risposta. Questo principio, esposto nelle "tre R" (riduzione e rimpiazzo degli animali e raffinamento delle procedute) viene considerato un fondamento della ricerca su animali [25]. Le verifiche sistematiche sarebbero anche utili in medicina veterinaria per valutare l'efficacia delle cure per gli animali malati.
Le verifiche sistematiche dei test su animali aumenterebbero la precisione degli effetti stimati delle cure sugli umani usate nel calcolo dell'estensione delle prove cliniche su esseri umani, riducendo così il rischio di falsi negativi. Esse sono inoltre in grado di far luce sul processo di trasposizione (o della sua impossibilità) dei risultati ottenuti dalla ricerca su animali nella ricerca clinica, oltre ad offrire l'opportunità di valutare l'appropriatezza dei modelli animali usati. Infine, è necessario confrontare i risultati delle ricerche su animali con quelli ottenuti su esseri umani per vedere fino a che punto gli uni possano predire gli altri.
Negli anni Settanta Comroe e Dripps condussero uno studio ambizioso allo scopo di determinare in che misura i più importanti progressi della medicina fossero stati determinati rispettivamente dalla ricerca di base e dalla ricerca clinica; la loro conclusione fu che il 62% degli articoli che avevano portato a progressi decisivi erano il risultato della ricerca di base. Nel 1980 Smith mise in evidenza parecchi difetti metodologici dello studio di Comroe e Dripps [26]; la sua conclusione fu che lo studio non era scientifico ma che la lezione principale che se ne poteva trarre è che la ricerca stessa deve essere oggetto di indagini scientifiche in modo da poter assegnare i fondi in maniera intelligente piuttosto che sulla base di prove aneddotiche. Più di recente Grant ed altri hanno osservato come gli investimenti del Consiglio delle Ricerche britannico nella ricerca di base siano pasati di recente dal 42% del totale della ricerca e sviluppo per fini civili, nel 1991, al 61% nel 1998-99 [5]. Per quanto gli autori riconoscono che sarebbe difficile attribuire questo aumento al lavoro di Conroe e Dripps, essi osservano tuttavia che il loro studio viene spesso citato a sostegno dell'aumento dei finanziamenti alla ricerca biomedica di base. Grant ed altri hanno provato a replicare lo studio di Conroe e Dripps e hanno trovato che "non era riproducibile, affidabile o valido, e che pertanto costituisce una base documentaria insufficiente per giustificare un aumento degli investimenti nella ricerca biomedica di base [5].
La Cochrane and Campbell Collaborations per la verifica sistematica delle prove documentarie in medicina e nelle scienze sociali, offre dei modelli secondo cui sarebbe possibile organizzare ed esaminare sistematicamente la letturatura sugli esperimenti con animali [27, 28]. Nelle verifiche sistematiche sono presenti diverse fonti di possibile distorsione - ad esempio è probabile che le prove su animali condotte dalle industrie farmaceutiche non siano di dominio pubblico per ragioni commerciali - ma ragioni di spazio ci impediscono di prenderle in considerazione qui. Idealmente, non si dovrebbero effettuare nuovi esperimenti su animali fino a quando non venga fatto l'uso migliore di quelli esistenti e fino a quando non sia stata valutata la loro validità e la loro generalizzabilità al campo della pratica clinica.
Ringraziamo la Society for Accountability of Animal Studies in Biomedical Research and Education (www.s-a-b-r-e.org) per l'aiuto fornitoci nell'ottenere alcune pubblicazioni e Margaret Burke per averci aiutato a definire una strategia di ricerca. Siamo anche grati per il loro sostegno ai membri di RATS, soprattutto a Malcolm Macleod, che ha letto e commentato una versione precedente di questo manoscritto.
Gli autori sono un sociologo e quattro epidemiologi, tre dei quali conducono verifiche sistematici per la Cochrane Collaboration. Le idee di questo articolo si sono sviluppate attraverso il nostro lavoro nei campi dei censimenti sistematici, della sperimentazione clinica, della verifica degli esperimenti animali precedenti alle prove cliniche e dell'esame delle ragioni per cui il problema della cura dell'infarto e dei traumi cerebrali non è stato risolto.
Interessi in competizione: PS ha ricevuto un piccolo sostegno per la ricerca da industrie farmaceutiche e compensi e rimborsi delle spese di viaggio per lezioni che è stato invitato a tenere nel corso di convegni nazionali e internazionali finanziati da diverse ditte, tra cui Sanofi-BMS, Boehringer Ingelheim, GlaxoWellcome/GSK, e Servier; ha ricevuto compensi come consulente dalla Bayer e dalla Sanofi-BMS per singole consulenze. PP e SE hanno presentato una richiesta di finanziamento (che non è stata accettata) al Wellcome Trust per un'analisi storica della sperimentazione animale, e PS e IR hanno presentato una richiesta di finanziamento (che non è stata accettata) al MRC per fondi di ricerca finalizzati alla conduzione di verifiche sistematiche degli esperimenti condotti su animali, e hanno intenzione di presentarne ancora.
Problemi metodologici della sperimentazione animale
* Uso di diverse specie e ceppi di animali, caratterizzati da variazioni nei percorsi metabolici e nei metaboliti dei farmaci, il che causa variazioni nell'efficacia e nella tossicità.
* Uso di diversi modelli per l'induzione delle patologie o dei traumi, caratterizzati da diversi gradi di somiglianza alle condizioni corrispondenti nell'uomo.
* Variazioni nella posologia dei farmaci, di cui non si conosce la rilevanza ai fini di una trasposizione all'uomo.
* Variabilità nei metodi di selezione degli animali impiegati nello studio, nei metodi di randomizzazione, nella scelta della terapia di confronto (nessuna, placebo, uso dei soli eccipienti), e nel riportare il numero di individui perduti al follow-up.
* Campioni piccoli e non adeguatamente rappresentativi, analisi statistica semplicistica che non tiene conto di possibili fattori di confusione e mancato adeguamento ai principi dell'intenzione di curare.
* E' possibile che alcune sfumature della tecnica di laboratorio che possono esercitare un influsso sui risultati non vengano né riconosciute né riportate - un esempio sono i metodi per fare sì che l'esperimento sia in cieco.
* Scelta di diverse misure dell'esito, che possono essere surrogati o precursori di malattie e la cui rilevanza ai fini di una trasposizione all'uomo è incerta.
* Variazioni nel periodo di tempo scelto per determinare l'esito della patologia, periodo che può o meno corrispondere a quello in cui essa può essere latente negli esseri umani.
Autori:
- Pandora Pound, Shah Ebrahim, Peter Sandercock, Michael B Bracken, Ian Roberts per il gruppo RATS (Reviewing Animal Trials Systematically - Verifica sistematica degli esperimenti sugli animali)
- Department of Social Medicine, University of Bristol, Bristol BS8 2PR
Pandora Pound research fellow
Shah Ebrahim professor
- Department of Clinical Neurosciences, University of Edinburgh,Western General Hospital, Edinburgh EH4 2XU
Peter Sandercock professor
- Center for Perinatal, Pediatric, and Environmental Epidemiology, Yale University School of Medicine, New Haven, CT 06520 USA
Michael B Bracken professor
- London School of Hygiene and Tropical Medicine, London WC1B 3DP
Ian Roberts professor
Indirizzo per la corrispondenza: Ian.Roberts@lshtm. ac.uk
I particolari della strategia di consultazione delle banche dati e i riferimenti bibliografici w1-w18 sono su bmj.com
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RICERCA SCIENTIFICA BIOMEDICA E SPERIMENTAZIONE ANIMALE

Gianni Tamino - Firenze, Facoltà di Medicina, 10 novembre 1995Dobbiamo domandarci se vi è una base scientifica nella sperimentazione sugli animali. Quattrocento milioni di animali muoiono ogni anno nei laboratori. Di questi, il 70% è impiegato per testare prodotti cosmetici (ciprie, rossetti, ecc.), prodotti industriali (detersivi, saponi, ecc.), prodotti bellici (gas tossici, radiazioni atomiche, ecc.), o per prove psicocomportamentali; il 20% è impiegato nell'industria farmaceutica per lo studio di nuovi farmaci; l'altro 10% alimenta la ricerca negli istituti universitari e negli ospedali. Probabilmente gli stessi vivisettori sono convinti che potremmo eliminare gran parte della sperimentazione animale senza mettere in pericolo il progresso medico o la scoperta di nuove molecole utili per la cura delle malattie umane. Ma la maggior parte degli sperimentatori ritiene che almeno una parte della vivisezione sia indispensabile per il progresso biomedico. Anzitutto va detto che la vivisezione trae origine da una visione meccanicista della natura, che assimila uomini ed animali a delle macchine, di cui si pensa di poter conoscere il funzionamento attraverso una relazione meccanica tra le parti. In quest'ottica, l'animale-macchina diviene un modello per l'uomo-macchina. Questa logica dovrebbe fondarsi su precise corrispondenze tra uomo e animale; ogni biologo sa invece che animali diversi possono presentare alcune caratteristiche anatomiche e fisiologiche simili o uguali, ma molte altre in parte o del tutte diverse; e già questa considerazione rende il modello animale del tutto inaffidabile, poiché ogni animale è solo modello di se stesso. Inoltre gli animali usati per gli esperimenti sono animali selezionati artificialmente (di cui non si conosce l'idoneità a vivere in un ambiente naturale e tantomeno in un ambiente artificiale come quello di laboratorio), tenuti in gabbia senza quegli stimoli indispensabili a sviluppare le proprie potenziali autodifese. Così l'animale da laboratorio è un animale non corrispondente a quello che vive nel proprio ambiente naturale e tutti gli esperimenti fatti su di lui non sono neppure utilizzabili per altri animali della sua stessa specie, che vivono in un normale contesto spazio-temporale. Ad esempio, gli animali che vivono senza stimoli naturali, in spazi angusti e privati delle loro esigenze biologiche, sono animali altamente stressati; oggi sappiamo che lo stress riduce fortemente le difese immunitarie, e che alcune specie di animali usati in laboratorio, in condizioni spazio temporali alterate, possono lasciarsi morire. Tutto questo è noto agli sperimentatori, che spesso sfruttano queste caratteristiche per ottenere risultati precostituiti: animali trattati con sostanze tossiche e animali non trattati possono avere lo stesso indice di mortalità, poiché la vera tossicità è la vita di laboratorio! A causa di questi errori ogni risultato sperimentale ottenuto su un animale non ci fornisce alcuna conoscenza in più: ciò che si è ottenuto si verificherà forse anche nell'uomo, forse no; ma noi sapremo se vi è o meno corrispondenza tra l'uomo e l'animale usato nella sperimentazione solo dopo aver sperimentato le stesse sostanze sull'uomo. E' dunque l'uomo la vera cavia, e l'animale è un alibi per permettere di passare alla sperimentazione umana. E' dunque impossibile vedere una base scientifica nella sperimentazione animale, mentre è purtroppo necessario riconoscere che la logica dell'animale-macchina ha fatto perdere di vista le relazioni che intercorrono tra ambiente, natura e organismi, valutando solo le singole parti e ignorando la complessità della realtà nel suo insieme. Da ciò è derivato anche un modello sanitario in cui l'uomo è visto in funzione delle sue singole parti, che si possono alterare e ammalare, ma non nella sua globalità; ad ogni malattia corrispondono uno o più rimedi standardizzati (poco importa se si creano nuove malattie in altre parti del corpo, tanto ci sono comunque nuovi rimedi anche per queste) e di conseguenza anche le strutture sanitarie sono viste come "officine" dove riparare o sostituire i pezzi della "macchina" uomo. Un tale modello ha portato a trascurare la prevenzione delle malattie e così, anziché individuare i processi e le strutture di autodifesa per potenziarli e per evitare la loro alterazione, si sono cercati modelli della "macchina" umana per effettuare verifiche ed esperimenti da trasferire all'uomo. Le alternative alla vivisezione sono pertanto anche alternative al modello sanitario attuale. Un modello diverso deve partire dalla domanda: perché ci ammaliamo? Ci ammaliamo perché entriamo in contatto con un agente patogeno. Ma non è la condizione unica. Ci ammaliamo se, venendo a contatto con questo agente, non siamo in grado di difenderci. Ad esempio, il fumo è una sostanza cancerogena. Ma nel nostro organismo vi sono meccanismi di difesa, e non tutti quelli che fumano si ammalano di cancro. Quando le difese sono ridotte (dallo stress, da cause genetiche o altro), può insorgere il cancro. La salute dipende dalle capacità di autodifesa. Prevenzione significa mettere l'individuo in condizione di difendersi, ricordando che le patologie più diffuse nella nostra società, come malattie cardiovascolari e tumori, sono di tipo degenerativo, strettamente legate all'ambiente e ai ritmi di vita: si tratta di malattie molto più facili da prevenire che da curare. Vi è oggi una sensazione diffusa di sconfitta della scienza rispetto ai cosiddetti "mali incurabili", e sarebbe quindi opportuna una riflessione sulle ricerche fino ad ora svolte. Illustri ricercatori hanno già messo in evidenza alcuni dei limiti di queste ricerche; ad esempio, il Prof. Sabin, che nel giugno del 1978, a Napoli, affermò: "i cancri da laboratorio non hanno nulla a che vedere con quelli naturali dell'uomo" e il Prof. Veronesi nel libro "Un male curabile" ha scritto: "i tumori dei topi, dei ratti, dei polli e delle cavie sono sostanzialmente diversi da quelli dell'uomo; diverso è il loro modo di formarsi, diverso è il loro modo di accrescersi, diverso è il loro modo di metastatizzare...". Recentemente, il Prof. Ames, Preside della Facoltà di Biochimica dell'Università di California, ha detto: "I rischi di tumore determinati da sostanze tossiche si studiano con esperimenti su topi e ratti, e il 42% delle sostanze finora esaminate si è rivelato positivo nel topo e negativo nel ratto, oppure il contrario. Quindi se due animali strettamente imparentati e di vita breve come il topo e il ratto forniscono risposte completamente diverse, se ne deve dedurre che la trasposizione dei risultati all'uomo è estremamente opinabile". E per quanto riguarda l'AIDS, ancora il Prof. Sabin, in una dichiarazione riportata dall'Espresso del 6 ottobre 1985, affermò: "il vaccino contro l'AIDS, in teoria possibile, non potrebbe avvalersi del modello animale". In ogni caso sarà comunque sempre necessario un certo numero di farmaci per curare le malattie che possono insorgere: si pone dunque il problema di come sperimentarli. Si può, a tale scopo, per garantire una più sicura sperimentazione clinica, provare i farmaci su cellule (cellule bersaglio e cellule che comunque possono entrare in contatto con il farmaco), mentre per verificare metabolismo ed effetti metabolici del farmaco si possono produrre chimicamente i possibili metaboliti e provarli, per studiare sia efficacia che tossicità, sempre su cellule e tessuti umani coltivati "in vitro". Oltre a queste prove semplici, economiche e facilmente ripetibili, è necessario verificare mutagenesi e cancerogenesi con prove altrettanto semplici, economiche e facilmente ripetibili come il test di Ames sui batteri, il test di trasformazione cellulare, la verifica di aberrazioni cromosomiche e di SCE (scambi tra cromatidi fratelli del cromosoma), il test dell'eluizione alcalina del DNA, estratto da cellule trattate e così via, tutte prove che permettono di verificare un'azione mutagena o cancerogena della sostanza. Come afferma P. Croce: "I risultati tossicologici sulle colture di cellule umane potranno anche essere parziali, ma sono sicuramente riferibili all'uomo; i risultati delle prove tossicologiche nell'animale sono globali, ma valgono solo per quella specie animale e soltanto per caso coincidono, talvolta, con quelli umani: questo possiamo saperlo soltanto "a posteriori", dopo aver provato sull'uomo". Tutti i dati ottenuti in questo modo possono permettere, con l'ausilio di un computer, di effettuare simulazioni riferite alla condizione umana in prestabilite situazioni fisiologiche o patologiche. Comunque, ogni farmaco alla fine deve essere sperimentato sull'uomo: oggi la sperimentazione animale, come ho già detto, è solo un alibi per fare sperimentazione umana. Le verifiche appena ricordate, per le considerazioni già citate di P. Croce, permettono di passare alla sperimentazione umana con dati sicuramente riferibili all'uomo. Tuttavia perché questa sperimentazione risponda ai requisiti di eticità dovrà avere le seguenti caratteristiche: 1) sia fatta su persona portatrice della malattia in esame, escludendo i "volontari" sani; 2) la terapia sia idonea ad agire utilmente per quella e soltanto quella malattia; 3) il paziente sia consenziente, adeguatamente informato e possa in qualunque momento interrompere la sperimentazione; 4) la terapia sperimentale venga applicata solo qualora non esistano altre terapie ritenute più idonee per il paziente; 5) lo sperimentatore risponda in prima persona, anche dopo aver ottenuto le necessarie autorizzazioni, degli eventuali danni subiti dal paziente. Infine, una nota: in Italia la sperimentazione sull'uomo, obbligatoria e ampiamente praticata, non è regolamentata per legge. A corollario di quanto esposto voglio mettere a confronto test di sperimentazione animale con altri test che rispondono a criteri di scientificità. Consideriamo le verifiche di tossicità acuta di una sostanza: vediamo il caso del DL 50. Si tratta di quella dose della sostanza da sperimentare, con la quale muoiono il 50% degli animali; un esempio grossolano, per nulla scientifico, inutile, che dà risultati molto differenti per ogni specie di animale impiegata, ma non ci dice nulla sull'azione tossicologica della sostanza nel medio e lungo periodo, nulla sugli effetti mutageni e cancerogeni. Ed ogni ricercatore lo sa. Ma in questo modo le industrie chimiche mettono in commercio prodotti per l'agricoltura (pesticidi) che hanno effetti disastrosi per l'uomo e per l'ambiente, che verificheremo (come già stiamo verificando) solo dopo molti anni e dopo molti profitti per l'industria chimica. Un'altra prova altrettanto barbara e assurda è il "Draize-test", cioè la verifica delle alterazioni indotte nell'occhio di un coniglio vivo da parte di sostanze instillate nel sacco congiuntivale, mediante diretta osservazione durante i successivi 7 giorni (il grado di irritazione è indicato da un indice compreso tra O e 110). Come riporta Croce, anche questo test è grossolano, mal riproducibile e non estrapolabile all'uomo: una stessa sostanza provata in 24 diversi laboratori americani ha dato valori di irritazione variabili da 7 a 79, cioè da "non irritante" a "molto irritante". Questi test sull'animale non hanno alcun valore scientifico: molto più riproducibili sono i test su cellule umane in coltura o, al posto del Draize-test, la tecnica messa a punto dal Dott. Bettero: la sostanza in esame è messa a diretto contatto con le lacrime umane e si verifica poi la concentrazione di istamina prodotta come diretta azione della sostanza irritante. La validazione dei metodi alternativi L'approccio molecolare e cellulare ha promosso, negli ultimi decenni, un enorme avanzamento delle conoscenze di base sui meccanismi essenziali dei processi vitali e patologici. E' dunque ipotizzabile che anche nel campo della tossicologia e farmacologia questo approccio possa fornire un grande apporto conoscitivo. Ai fini della predittività nei confronti dell'uomo, i modelli alternativi vanno però validati. La validazione di questi modelli è oggetto ormai da tempo di programmi di ricerca nazionali e internazionali, di istituzioni pubbliche e private in Europa, negli Stati Uniti ed in Giappone. ll primo programma di validazione di colture cellulari è stato promosso dal FRAME (Fund for the Replacement of Animals in Medical Experiments), nel 1982, in Inghilterra. Ad esso ha fatto seguito, nel 1986, il programma scandinavo MEIC (Multicenter Evalutation Study of in Vitro Cytotoxicity). La Comunità Europea, nel 1988, ha varato un programma di valutazione dei metodi alternativi al test della irritazione oculare in vivo, che ha avuto un seguito nel 1990. Attualmente, sullo stesso tema, è in corso uno studio internazionale che vede coinvolto al fianco della Comunità Europea, lo stesso governo inglese (Home Office). Il National Institute of Health di Bethesda (USA) ha appena varato un programma relativo alle alternative nella sperimentazione animale. Sin dal 1981 la Johns Hopkins University di Baltimora ha istituito un centro apposito, il CAAT (Centre for Alternatives to Animal Testing), che, nel novembre 1993, ha organizzato il primo Convegno Mondiale sulle alternative nella ricerca, nell'insegnamento e nel vaglio delle sostanze. Più recentemente, in Svizzera, è sorto un istituto analogo, il SIAT (Schweizerisches Institut fur Alternativen zu Tierversuchen), che ha avuto quest'anno il riconoscimento del governo cantonale. In Germania, l'Ufficio Federale della Sanità (BGA) ha istituito lo ZEBET (Zentralstelle zur Erfassung und Bewertung von Ersatz und Erganzungs methoden zum Tierversuch), un centro per la documentazione e la valutazione dei metodi alternativi alla sperimentazione animale. Nell'ottobre 1991 la Commissione delle Comunità Europee, su richiesta del Parlamento Europeo, ha istituito l'ECVAM (European Center for Validation of Alternative Methods); il direttore del centro, che ha sede ad Ispra (Varese) è stato nominato nel marzo 1993 ed il Consiglio Scientifico si è riunito a partire dal gennaio 1992.
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L'INQUINAMENTO FARMACOLOGICO

Louis Bon de Brouwer
da una conferenza al Congresso della Società Internazionale dei Medici per l'Ambiente. Lucerna (CH), aprile 1993Esistono due specie di inquinamento: quello che fa chiasso e quello che viene tenuto nascosto dai media per proteggere i grandi interessi economici. Si parla della cosiddetta scomparsa dello strato di ozono, che ci lascia senza filtro per i raggi solari, degli alberi che muoiono, vittime delle piogge acide e dei gas di scarico. Si dice che le falde freatiche sono inquinate dallo spargimento non tempestivo di concimi a base di nitrato, di pesticidi e di altri diserbanti che rendono l' acqua non potabile e rendono tossiche frutta e verdura che consumiamo tutti i giorni. Si racconta che i prodotti tossici provenienti da diversi paesi si concentrano in discariche pubbliche o private facendo di alcuni paesi europei delle vere e proprie pattumiere a cielo aperto. Si dice che l'aria che respiriamo nelle grandi città è inquinatissima dai metalli pesanti. Tutto questo è, purtroppo, perfettamente vero ed è bene preoccuparsene. Ma costituisce solo la parte visibile dell' iceberg dell'inquinamento. Perché non parlare dell'onnipresente inquinamento da alimenti, e soprattutto di quello da farmaci, i due fratelli gemelli dell inquinamento inconfessato? Questi tipi di inquinamento sono i più importanti ed i più pericolosi, perché assorbiamo quotidianamente in tutta tranquillità e con cieca fiducia le sostanze chimiche più tossiche. Se pure esistono vaghi controlli per i prodotti alimentari, che ne è dei medicinali elargiti a profusione dai medici, oppure comprati senza ricetta per un bisogno che il più delle volte si rivela inesistente? Il solo controllo effettuato è un controllo a posteriori, quando il medico curante ed il paziente si rendono conto dell'efficacia, dell'innocuità o degli effetti collaterali e talvolta mortali di alcune molecole. Se alcuni medicinali sono stati ritirati dalla vendita, in seguito a numerosi incidenti, altri continuano ad essere in commercio causando delle vere stragi a medio e lungo termine. Nella forma di società che caratterizza il mondo occidentale, forma quanto meno discutibile, le industrie chimiche detengono una capacità e un potere economico di primo piano, avendo come solo obiettivo il profitto. Occorre denunciare le industrie responsabili della più grave delle forme di inquinamento: sono le industrie chimico-farmaceutiche e agro-alimentari. Queste industrie ed i rispettivi governi che le ospitano ingannano consapevolmente non solo i medici che fanno le prescrizioni, ma anche i malati e coloro che non lo sono, gli agricoltori ed infine i consumatori. In quanto esperto posso qui affermare che il controllo dei prodotti alimentari è lassista o praticamente inesistente ed è per questo che noi assorbiamo quotidianamente dei nitrati, dei residui di pesticidi, dei fungicidi, degli erbicidi, dei coloranti, dei conservanti, ed ogni specie di additivi alimentari ufficialmente regolamentati. A titolo di esempio vi segnalerò che ogni europeo assorbe circa 3 kg. di nitrati all'anno, nitrati che nell'organismo si trasformano in nitrati cancerogeni. E ci si stupisce di veder progredire il numero dei tumori (30 % in 10 anni di tumori organici, che adesso colpiscono anche i bambini in tenera età: questo non si era ancora visto prima). Questi nitrati provengono dai concimi dispensati a profusione dagli agricoltori su terreni esauriti, che senza di essi non produrrebbero più niente. In Olanda, le terre che in passato furono strappate al mare e che in seguito sono state coltivate per 30 anni intensivamente con concimi, sono talmente inquinate che vengono restituite al mare, distruggendo le dighe. Le industrie chimiche hanno rovinato l'agricoltura europea e la salute dei suoi consumatori. Ma che ne è dell'inquinamento provocato dai medicinali? Contrariamente a ciò che viene predicato dalle strutture mediche e che è ripreso ed amplificato dai media, la medicina e la farmaceutica non hanno fatto indietreggiare minimamente la malattia e la morte. Al contrario, da cinquanta anni, la vita media degli individui non ha subito variazioni. Ciò che ha fatto indietreggiare la malattia e la morte è stata la fine delle guerre, delle epidemie e delle pandemie che seguivano. E' l'osservazione delle regole di igiene che permette in modo particolare la sopravvivenza dei nuovi nati. A nulla servono, perciò, gli inserimenti e i trapianti d'organi, con i quali la televisione ci bombarda, poiché si sa che qualche anno dopo essi sfociano in tumori a causa dell'impiego di sostanze antirigetto che deprimono il sistema immunitario dei pazienti. A nulla servono certi farmaci che curano l'ipertensione e che fanno morire di pneumopatia, mentre sarebbe sufficiente seguire una dieta alimentare rigida. A nulla servono migliaia di specialità, più di 10.000 in media nei paesi europei, che non solo non guariscono le affezioni ma ne provocano altre più temibili. A nulla servono i tranquillanti e gli antidepressivi (la Francia detiene il primato mondiale di consumo in questo campo: 5 volte più che negli Stati Uniti). Sarebbe sufficiente cambiare lo stile di vita, eliminando in tal modo le cause della depressione. A nulla servono milioni di esperimenti effettuati su animali per la messa a punto dei medicinali, se qualsiasi scienziato serio vi dirà che i risultati così ottenuti non sono estrapolabili ad altre specie animali e tanto meno all'uomo. I criteri di valutazione della tossicità delle sostanze che entrano nella composizione dei medicinali sono da rivedere totalmente in quanto antiscientifici; in realtà la maggior parte dei medicinali risulta dannosa per la salute umana. Si stima che in Francia gli effetti collaterali dei farmaci siano responsabili di un quarto dei ricoveri ospedalieri, vale a dire che 1 letto su 4 negli ospedali è occupato da un malato che presenta un'affezione dovuta a uno o più medicinali. Negli Stati Uniti, un letto su 5. Ed in questa statistica non si è tenuto conto del numero di persone che non si sono fatte ricoverare, restate a casa loro malgrado, con disturbi talvolta gravi... o che semplicemente sono decedute senza capire di essere state vittime dei medicinali prescritti. La lista dei medicinali che hanno provocato incidenti gravi è molto lunga: solo alcuni di essi hanno avuto gli onori della cronaca per avere causato, da soli o in cocktail micidiali con altri farmaci, danni e morte in migliaia di individui. D'altra parte, l'iperconsumo di farmaci è incoraggiato anche dall'atteggiamento dei consumatori nei loro confronti. Al medicinale si vedono attribuite virtù miracolose: si dice tutto su di esso e purtroppo nulla su di noi. Diventati assistiti permanenti, gli europei non fanno più alcuno sforzo per aiutarsi da soli. Vivono ormai sotto una vera dittatura farmacologica, e sembra che questo vada loro più che bene, mentre si avviano diritti ad una catastrofe sanitaria senza precedenti nella storia dell'umanità. Attraverso la perenne disinformazione del pubblico, le industrie chimico-farmaceutiche, colossali potenze economiche, si assicurano la supremazia su individui e Stati. I media ed i governanti decantano i meriti di una medicina che in realtà porta la popolazione mondiale alla rovina, attraverso l'indebolimento del sistema immunitario dovuto ai vaccini ed al consumo di sostanze tossiche. D' altra parte, i laboratori di importanza internazionale detengono, grazie ai loro colossali mezzi finanziari e alla protezione che ricevono dagli stati che li ospitano, non soltanto il monopolio dell'inquinamento chimico, ma anche un potere politico di cui il comune mortale non ha alcuna idea. Vorrei citare qualche cifra: Bayer, per esempio, possiede sei settori di attività: prodotti agricoli, prodotti organici, prodotti farmaceutici, prodotti industriali, polimeri, tecniche dell'informazione. Lo stesso succede per Sanofi e la maggior parte dei grandi laboratori come: Ciba-Geigy, Hoffman-Laroche, Hoechst ed altri... E' facile dunque capire come ogni individuo sia strumentalizzato dai laboratori nel corso di tutta la sua vita. Inoltre: Bayer, nel 1989, ha realizzato un giro d'affari di 30 miliardi di dollari.
Hoescht: 8 miliardi di dollari.
Sanofi: 4 miliardi di dollari.
Ciba - Geigy: 15 miliardi di dollari.
Merck: 5 miliardi di dollari.
Il giro d' affari di questi laboratori dal 1989 è aumentato inoltre di circa il 14% nel 1990-91-92.Esistono a livello internazionale dei veri trust organizzati mediante la creazione di industrie di trasformazione e di fabbricazione, la diversificazione della produzione iniziale in questi stessi paesi e l'organizzazione di filiali di vendita nei paesi industrializzati ad alto rendimento. Un semplice esempio: i pesticidi che inondano il mercato europeo, provenienti dalla Svizzera, saranno fabbricati in India, paesi con manodopera a buon mercato e dove non esiste alcuna regolamentazione riguardo l'inquinamento. La maggior parte di questi trusts possiedono interessi nel mondo bancario, nel mondo delle assicurazioni, nelle industrie agro-alimentari ed in quelle cosmetiche, negli organi di stampa, nelle industrie di fabbricazione di materiale medico, nelle imprese immobiliari ed alberghiere. E' impossibile per un governo controllare le diverse operazioni finanziarie di tali gruppi. Di conseguenza i capitali che da esse provengono sfuggono ad ogni tassazione, poiché i trust hanno la possibilità di spostare grandi quantità di denaro attraverso i loro stessi organismi bancari e finanziari. Questi trust godono, come sappiamo, della protezione dei loro stati ed alcuni dei loro membri occupano dei posti-chiave in seno ai governi e alle grandi strutture europee. E quindi a questi livelli che occorre smascherare coloro i quali, incaricati di proteggere ambiente e cittadini, sono invece al soldo dei trust. A proposito di questi interessi finanziari, vi farò notare che i tre principali pilastri dell'industria chimica e farmaceutica mondiale sono svizzeri: Sandoz, Ciba-Geigy, Hoffman-Laroche, e che le banche svizzere li sostengono ed intervengono in diverse operazioni losche con la benedizione dello stato elvetico. Le partecipazioni delle banche nei Consigli di amministrazione di varie ditte farmaceutiche e chimiche rappresentano una percentuale sorprendente: secondo un rapporto della Università di Zurigo, il censimento dei seggi occupati dagli amministratori e dai direttori delle tre maggiori banche ha dato i seguenti risultati per il periodo 1972-1974: Union de Banques Suisses: 600 - Société de Banques Suisses: 520 - Crédit Suisse: 510. Ignoro quale possa essere la situazione attuale, ma c'è da pensare che non sia cambiata molto: Riassumendo, constatiamo che le banche controllano i laboratori, i quali controllano le banche, ed una miriade di società diversificate che non hanno niente a che vedere con l'industria farmaceutica. Quello che succede in Svizzera succede anche negli altri paesi. L'inquinamento generale dovuto alle imprese chimiche e farmaceutiche è molto più grave di tutte le altre forme di inquinamento visibile. Questo inquinamento è nascosto e subdolo e aggredisce direttamente e violentemente gli organismi viventi. All'alba del XXI secolo, abbiamo il diritto di fare le seguenti constatazioni: I commercianti di prodotti chimici hanno provocato un inquinamento spaventoso della terra, dell'aria, dell'acqua, delle piante, degli animali e degli esseri umani attraverso alimenti e farmaci. Il corpo medico ha la pesante responsabilità di partecipare da parte sua ad un inquinamento particolare che colpisce direttamente gli esseri umani. I laboratori per ragioni di profitto inondano il mercato di prodotti la cui non tossicità non è formalmente dimostrata o la cui tossicità è evidente. La regolamentazione europea per gli additivi alimentari è irreale e lassista rispetto alla regolamentazione americana della Food and Drug Administration, in quanto sono autorizzati additivi la cui innocuità non è stata verificata. Sappiate, per esempio che esistono 2067 aromi autorizzati e non; di cui 845 sono degli aromi naturali, 1222 degli aromi artificiali e su questi aromi artificiali solamente 692 sono autorizzati (284 in ammissione prowisoria e mentre 246 non sono autorizzati). Nessuna legislazione europea li regolamenta. Sui 284 aromi artificiali provvisoriamente autorizzati dalla legislazione francese, 144 non sono autorizzati dalla legislazione americana e solamente 63 sono stati oggetto di uno studio per determinare la dose-limite tossica. La situazione è praticamente identica per quanto riguarda i conservanti, i coloranti, gli emulsionanti, gli stabilizzanti, gli addensanti, i gelificanti. E ancora ci stupiamo quando veniamo a sapere che certe molecole si fissano sugli acidi nucleici e provocano il cancro. Questa situazione non è più tollerabile ed i ministri europei dovrebbero prendere coscienza che proteggere l'ambiente non è soltanto preoccuparsi dello stato di ozono, degli, strati verdi, della qualità dell'acqua potabile, della deforestazione e della tutela delle specie animali.
da una conferenza al Congresso della Società Internazionale dei Medici per l'Ambiente. Lucerna (CH), aprile 1993Esistono due specie di inquinamento: quello che fa chiasso e quello che viene tenuto nascosto dai media per proteggere i grandi interessi economici. Si parla della cosiddetta scomparsa dello strato di ozono, che ci lascia senza filtro per i raggi solari, degli alberi che muoiono, vittime delle piogge acide e dei gas di scarico. Si dice che le falde freatiche sono inquinate dallo spargimento non tempestivo di concimi a base di nitrato, di pesticidi e di altri diserbanti che rendono l' acqua non potabile e rendono tossiche frutta e verdura che consumiamo tutti i giorni. Si racconta che i prodotti tossici provenienti da diversi paesi si concentrano in discariche pubbliche o private facendo di alcuni paesi europei delle vere e proprie pattumiere a cielo aperto. Si dice che l'aria che respiriamo nelle grandi città è inquinatissima dai metalli pesanti. Tutto questo è, purtroppo, perfettamente vero ed è bene preoccuparsene. Ma costituisce solo la parte visibile dell' iceberg dell'inquinamento. Perché non parlare dell'onnipresente inquinamento da alimenti, e soprattutto di quello da farmaci, i due fratelli gemelli dell inquinamento inconfessato? Questi tipi di inquinamento sono i più importanti ed i più pericolosi, perché assorbiamo quotidianamente in tutta tranquillità e con cieca fiducia le sostanze chimiche più tossiche. Se pure esistono vaghi controlli per i prodotti alimentari, che ne è dei medicinali elargiti a profusione dai medici, oppure comprati senza ricetta per un bisogno che il più delle volte si rivela inesistente? Il solo controllo effettuato è un controllo a posteriori, quando il medico curante ed il paziente si rendono conto dell'efficacia, dell'innocuità o degli effetti collaterali e talvolta mortali di alcune molecole. Se alcuni medicinali sono stati ritirati dalla vendita, in seguito a numerosi incidenti, altri continuano ad essere in commercio causando delle vere stragi a medio e lungo termine. Nella forma di società che caratterizza il mondo occidentale, forma quanto meno discutibile, le industrie chimiche detengono una capacità e un potere economico di primo piano, avendo come solo obiettivo il profitto. Occorre denunciare le industrie responsabili della più grave delle forme di inquinamento: sono le industrie chimico-farmaceutiche e agro-alimentari. Queste industrie ed i rispettivi governi che le ospitano ingannano consapevolmente non solo i medici che fanno le prescrizioni, ma anche i malati e coloro che non lo sono, gli agricoltori ed infine i consumatori. In quanto esperto posso qui affermare che il controllo dei prodotti alimentari è lassista o praticamente inesistente ed è per questo che noi assorbiamo quotidianamente dei nitrati, dei residui di pesticidi, dei fungicidi, degli erbicidi, dei coloranti, dei conservanti, ed ogni specie di additivi alimentari ufficialmente regolamentati. A titolo di esempio vi segnalerò che ogni europeo assorbe circa 3 kg. di nitrati all'anno, nitrati che nell'organismo si trasformano in nitrati cancerogeni. E ci si stupisce di veder progredire il numero dei tumori (30 % in 10 anni di tumori organici, che adesso colpiscono anche i bambini in tenera età: questo non si era ancora visto prima). Questi nitrati provengono dai concimi dispensati a profusione dagli agricoltori su terreni esauriti, che senza di essi non produrrebbero più niente. In Olanda, le terre che in passato furono strappate al mare e che in seguito sono state coltivate per 30 anni intensivamente con concimi, sono talmente inquinate che vengono restituite al mare, distruggendo le dighe. Le industrie chimiche hanno rovinato l'agricoltura europea e la salute dei suoi consumatori. Ma che ne è dell'inquinamento provocato dai medicinali? Contrariamente a ciò che viene predicato dalle strutture mediche e che è ripreso ed amplificato dai media, la medicina e la farmaceutica non hanno fatto indietreggiare minimamente la malattia e la morte. Al contrario, da cinquanta anni, la vita media degli individui non ha subito variazioni. Ciò che ha fatto indietreggiare la malattia e la morte è stata la fine delle guerre, delle epidemie e delle pandemie che seguivano. E' l'osservazione delle regole di igiene che permette in modo particolare la sopravvivenza dei nuovi nati. A nulla servono, perciò, gli inserimenti e i trapianti d'organi, con i quali la televisione ci bombarda, poiché si sa che qualche anno dopo essi sfociano in tumori a causa dell'impiego di sostanze antirigetto che deprimono il sistema immunitario dei pazienti. A nulla servono certi farmaci che curano l'ipertensione e che fanno morire di pneumopatia, mentre sarebbe sufficiente seguire una dieta alimentare rigida. A nulla servono migliaia di specialità, più di 10.000 in media nei paesi europei, che non solo non guariscono le affezioni ma ne provocano altre più temibili. A nulla servono i tranquillanti e gli antidepressivi (la Francia detiene il primato mondiale di consumo in questo campo: 5 volte più che negli Stati Uniti). Sarebbe sufficiente cambiare lo stile di vita, eliminando in tal modo le cause della depressione. A nulla servono milioni di esperimenti effettuati su animali per la messa a punto dei medicinali, se qualsiasi scienziato serio vi dirà che i risultati così ottenuti non sono estrapolabili ad altre specie animali e tanto meno all'uomo. I criteri di valutazione della tossicità delle sostanze che entrano nella composizione dei medicinali sono da rivedere totalmente in quanto antiscientifici; in realtà la maggior parte dei medicinali risulta dannosa per la salute umana. Si stima che in Francia gli effetti collaterali dei farmaci siano responsabili di un quarto dei ricoveri ospedalieri, vale a dire che 1 letto su 4 negli ospedali è occupato da un malato che presenta un'affezione dovuta a uno o più medicinali. Negli Stati Uniti, un letto su 5. Ed in questa statistica non si è tenuto conto del numero di persone che non si sono fatte ricoverare, restate a casa loro malgrado, con disturbi talvolta gravi... o che semplicemente sono decedute senza capire di essere state vittime dei medicinali prescritti. La lista dei medicinali che hanno provocato incidenti gravi è molto lunga: solo alcuni di essi hanno avuto gli onori della cronaca per avere causato, da soli o in cocktail micidiali con altri farmaci, danni e morte in migliaia di individui. D'altra parte, l'iperconsumo di farmaci è incoraggiato anche dall'atteggiamento dei consumatori nei loro confronti. Al medicinale si vedono attribuite virtù miracolose: si dice tutto su di esso e purtroppo nulla su di noi. Diventati assistiti permanenti, gli europei non fanno più alcuno sforzo per aiutarsi da soli. Vivono ormai sotto una vera dittatura farmacologica, e sembra che questo vada loro più che bene, mentre si avviano diritti ad una catastrofe sanitaria senza precedenti nella storia dell'umanità. Attraverso la perenne disinformazione del pubblico, le industrie chimico-farmaceutiche, colossali potenze economiche, si assicurano la supremazia su individui e Stati. I media ed i governanti decantano i meriti di una medicina che in realtà porta la popolazione mondiale alla rovina, attraverso l'indebolimento del sistema immunitario dovuto ai vaccini ed al consumo di sostanze tossiche. D' altra parte, i laboratori di importanza internazionale detengono, grazie ai loro colossali mezzi finanziari e alla protezione che ricevono dagli stati che li ospitano, non soltanto il monopolio dell'inquinamento chimico, ma anche un potere politico di cui il comune mortale non ha alcuna idea. Vorrei citare qualche cifra: Bayer, per esempio, possiede sei settori di attività: prodotti agricoli, prodotti organici, prodotti farmaceutici, prodotti industriali, polimeri, tecniche dell'informazione. Lo stesso succede per Sanofi e la maggior parte dei grandi laboratori come: Ciba-Geigy, Hoffman-Laroche, Hoechst ed altri... E' facile dunque capire come ogni individuo sia strumentalizzato dai laboratori nel corso di tutta la sua vita. Inoltre: Bayer, nel 1989, ha realizzato un giro d'affari di 30 miliardi di dollari.
Hoescht: 8 miliardi di dollari.
Sanofi: 4 miliardi di dollari.
Ciba - Geigy: 15 miliardi di dollari.
Merck: 5 miliardi di dollari.
Il giro d' affari di questi laboratori dal 1989 è aumentato inoltre di circa il 14% nel 1990-91-92.Esistono a livello internazionale dei veri trust organizzati mediante la creazione di industrie di trasformazione e di fabbricazione, la diversificazione della produzione iniziale in questi stessi paesi e l'organizzazione di filiali di vendita nei paesi industrializzati ad alto rendimento. Un semplice esempio: i pesticidi che inondano il mercato europeo, provenienti dalla Svizzera, saranno fabbricati in India, paesi con manodopera a buon mercato e dove non esiste alcuna regolamentazione riguardo l'inquinamento. La maggior parte di questi trusts possiedono interessi nel mondo bancario, nel mondo delle assicurazioni, nelle industrie agro-alimentari ed in quelle cosmetiche, negli organi di stampa, nelle industrie di fabbricazione di materiale medico, nelle imprese immobiliari ed alberghiere. E' impossibile per un governo controllare le diverse operazioni finanziarie di tali gruppi. Di conseguenza i capitali che da esse provengono sfuggono ad ogni tassazione, poiché i trust hanno la possibilità di spostare grandi quantità di denaro attraverso i loro stessi organismi bancari e finanziari. Questi trust godono, come sappiamo, della protezione dei loro stati ed alcuni dei loro membri occupano dei posti-chiave in seno ai governi e alle grandi strutture europee. E quindi a questi livelli che occorre smascherare coloro i quali, incaricati di proteggere ambiente e cittadini, sono invece al soldo dei trust. A proposito di questi interessi finanziari, vi farò notare che i tre principali pilastri dell'industria chimica e farmaceutica mondiale sono svizzeri: Sandoz, Ciba-Geigy, Hoffman-Laroche, e che le banche svizzere li sostengono ed intervengono in diverse operazioni losche con la benedizione dello stato elvetico. Le partecipazioni delle banche nei Consigli di amministrazione di varie ditte farmaceutiche e chimiche rappresentano una percentuale sorprendente: secondo un rapporto della Università di Zurigo, il censimento dei seggi occupati dagli amministratori e dai direttori delle tre maggiori banche ha dato i seguenti risultati per il periodo 1972-1974: Union de Banques Suisses: 600 - Société de Banques Suisses: 520 - Crédit Suisse: 510. Ignoro quale possa essere la situazione attuale, ma c'è da pensare che non sia cambiata molto: Riassumendo, constatiamo che le banche controllano i laboratori, i quali controllano le banche, ed una miriade di società diversificate che non hanno niente a che vedere con l'industria farmaceutica. Quello che succede in Svizzera succede anche negli altri paesi. L'inquinamento generale dovuto alle imprese chimiche e farmaceutiche è molto più grave di tutte le altre forme di inquinamento visibile. Questo inquinamento è nascosto e subdolo e aggredisce direttamente e violentemente gli organismi viventi. All'alba del XXI secolo, abbiamo il diritto di fare le seguenti constatazioni: I commercianti di prodotti chimici hanno provocato un inquinamento spaventoso della terra, dell'aria, dell'acqua, delle piante, degli animali e degli esseri umani attraverso alimenti e farmaci. Il corpo medico ha la pesante responsabilità di partecipare da parte sua ad un inquinamento particolare che colpisce direttamente gli esseri umani. I laboratori per ragioni di profitto inondano il mercato di prodotti la cui non tossicità non è formalmente dimostrata o la cui tossicità è evidente. La regolamentazione europea per gli additivi alimentari è irreale e lassista rispetto alla regolamentazione americana della Food and Drug Administration, in quanto sono autorizzati additivi la cui innocuità non è stata verificata. Sappiate, per esempio che esistono 2067 aromi autorizzati e non; di cui 845 sono degli aromi naturali, 1222 degli aromi artificiali e su questi aromi artificiali solamente 692 sono autorizzati (284 in ammissione prowisoria e mentre 246 non sono autorizzati). Nessuna legislazione europea li regolamenta. Sui 284 aromi artificiali provvisoriamente autorizzati dalla legislazione francese, 144 non sono autorizzati dalla legislazione americana e solamente 63 sono stati oggetto di uno studio per determinare la dose-limite tossica. La situazione è praticamente identica per quanto riguarda i conservanti, i coloranti, gli emulsionanti, gli stabilizzanti, gli addensanti, i gelificanti. E ancora ci stupiamo quando veniamo a sapere che certe molecole si fissano sugli acidi nucleici e provocano il cancro. Questa situazione non è più tollerabile ed i ministri europei dovrebbero prendere coscienza che proteggere l'ambiente non è soltanto preoccuparsi dello stato di ozono, degli, strati verdi, della qualità dell'acqua potabile, della deforestazione e della tutela delle specie animali.
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L'INDUSTRIA DELL'INGANNO

Pietro CroceOgni messaggio nuovo prima di essere accettato deve essere capito. Ma la principale difficoltà dell'antivivisezionismo scientifico è di far capire che si può essere antivivisezionisti senza essere zoofili e che, in qualche caso, un civile rispetto verso gli animali e perfino amore, si sviluppano come conseguenza e non come causa di un convincimento, l'antivivisezionismo, che non fa perno sul sentimento ma sulla ragione. Ai vivisezionisti l'equivoco fa comodo, poiché continua a rendere credibile l'antico ricatto "preferisci veder morire un TOPO o un bambino?" Ma ahimè, per loro, la gente ha imparato a schivare trappole dialettiche così grossolane. E così il ricatto si è fatto più "à la page", più sottile e raffinato: "preferisci veder morire un TOPO TRANSGENICO o un bambino?". Non si tratta di una innocente, per quanto furbesca provocazione. A suo sostegno c'è un meccanismo pubblicitario ed economico di peso ed estensione difficilmente immaginabili, una vera e propria "industria dell'inganno". Un inganno che non è soltanto scientifico, visto che dovunque nel mondo, ma più clamorosamente nell'Italia di oggi, ha assunto i connotati di una truffa, e non puramente ideologica. Qui dobbiamo aprire una parentesi con una domanda per niente affatto marginale e retorica: "chi ha fornito agli interessati i protocolli sperimentali necessari a conferire una parvenza di legalità al loro insaziabile affarismo? e a quale prezzo?" Non sappiamo quali e quanti attestati "scientifici" abbiano permesso di commercializzare farmaci troppo spesso inutili o dannosi: 1. perché sperimentati sulla falsariga di un errore metodologico di base, su un modello falsificante, l'animale; 2. perché pseudogarantiti da una verifica attuale sull'unico modello sperimentale attendibile, l'UOMO, però con la pregiudiziale di adeguarsi ai requisiti voluti dei commissionanti, anche a costo di imbrogliare. La novità "animali transgenici" ripete sotto una veste rinnovata quella, ampiamente sconfessata dai fatti, degli "animali axenici" (privi di batteri), di mezzo secolo fa. Stessi entusiasmi sinceri o interessati, stesso arrembaggio al nuovo business, stesse speranze o delusioni delle vittime, i malati. Ciò che, allora come oggi, resta perversamente radicato nella realtà, è il fatto che, non importa quale sia la "cavia", intatta o variamente manipolata, axenica o transgenica, senza marchio di origine o brevettata, che viene usata come modello sperimentale della realtà umana, la vera, esterna, immancabile "cavia", la vera vittima di un sistema putrefatto, è ancora e sempre l'UOMO.
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SPERIMENTAZIONE ANIMALE DISPENDIOSA ED INATTENDIBILE

Neal D. Barnard e Stephen R. Kaufman
L'impiego di animali nella ricerca e nei test è solo una delle numerose procedure di indagine disponibili. Secondo noi la sperimentazione animale, pur essendo talvolta promettente dal punto di vista teorico, non è molto adatta ad affrontare i problemi sanitari più gravi come quelli relativi alle malattie cardiovascolari, al cancro, agli ictus, all'AIDS e alle malattie congenite. In molti casi gli esperimenti sugli animali possono fuorviare i ricercatori o addirittura possono causare la malattia o il decesso di pazienti non essendo idonei a far prevedere gli effetti tossici che i farmaci possono avere nell'uomo. Fortunatamente si può ricorrere a metodi più affidabili, che rappresentano un investimento assai migliore dei fondi di ricerca.
I primi passi di una scoperta scientifica coincidono spesso con osservazioni inaspettate, che costringono i ricercatori a riconsiderare le teorie esistenti e a formulare ipotesi che spieghino meglio i loro dati. Molte delle anomalie osservate negli esperimenti sugli animali sono, invece, dovute semplicemente alla peculiare fisiologia della specie in esame, ai mezzi innaturali con i quali la malattia è stata indotta o all'ambiente stressante del laboratorio. Situazioni del genere sono estranee alla patologia umana e verificare le ipotesi tratte da queste osservazioni è una perdita di tempo e danaro.
Gli animali vengono prevalentemente utilizzati in laboratorio come "modelli": mediante manipolazione genetica, interventi chirurgici o iniezione di sostanze estranee, i ricercatori producono in essi patologie che costituiscono un modello delle condizioni umane. Questo paradigma della ricerca e però irto di difficoltà. Le pressioni evolutive hanno prodotto sottili, ma significative, differenze tra le specie. Ogni specie ha molteplici sistemi di organi che hanno interazioni complesse. Uno stimolo applicato a un particolare sistema di organi perturba l'insieme delle funzioni organiche secondo modalità spesso imprevedibili. Questa incertezza mina gravemente la possibilità di estrapolare i dati ottenuti con un animale ad altre specie animali uomo compreso.
Risultati fuorvianti ottenuti in esperimenti sugli animali hanno in molti casi addirittura ritardato i progressi in campo medico. David Wiebers e collaboratori della Mayo Clinic, descrissero nel 1990 sulla rivista &laqno;Stroke» uno studio in cui si dimostrava che su 25 composti in grado di indurre nei roditori, nei gatti e in altri animali il danno da ischemia cerebrale nessuno risultava efficace nell'uomo. Essi attribuirono questi risultati deludenti a disparità tra il modo in cui gli ictus si manifestano naturalmente nei soggetti umani e il modo in cui essi sono stati indotti sperimentalmente negli animali. Per esempio, un animale sano colpito da un ictus non subisce quel danno progressivo delle arterie che svolge generalmente un ruolo cruciale negli ictus che colpiscono i soggetti umani. Negli anni venti e trenta, gli studi sulle scimmie portarono a grossolani errori di valutazione, che causarono ritardi nella lotta contro la poliomielite. Quegli esperimenti indicavano che il poliovirus infettava principalmente il sistema nervoso; in seguito, si stabilì che ciò avveniva perché i ceppi virali somministrati per via nasale avevano sviluppato artificialmente un'affinità per il tessuto cerebrale. La conclusione errata, che contraddiceva i precedenti studi sull'uomo, secondo cui la via primaria di infezione era il sistema gastrointestinale, fece indirizzare male le misure preventive e ritardò la produzione di un vaccino. Nel 1949 la ricerca su cellule umane in vitro dimostrò per la prima volta che il virus poteva essere coltivato su tessuti non nervosi, prelevati dall'intestino e dagli arti. Ma ancora agli inizi degli anni cinquanta, venivano utilizzate per la produzione di vaccini cellule di scimmie; di conseguenza, milioni di individui furono esposti a virus delle scimmie, potenzialmente dannosi.
Un'ulteriore dimostrazione dell'inadeguatezza della ricerca sugli animali si ebbe negli anni sessanta. Gli scienziati dedussero da numerosi esperimenti su animali che il fumo di tabacco inalato non causava carcinomi polmonari (in realtà il catrame, spalmato sulla cute dei roditori, faceva sviluppare tumori, ma questi risultati furono giudicati meno importanti degli studi sul fumo inalato). Per molti anni ancora la lobby del tabacco riuscì a sfruttare questi studi per ritardare i provvedimenti governativi e per scoraggiare i medici dall'intervenire nelle abitudini dei loro pazienti riguardo al fumo.
Come è ben noto, gli studi sulla popolazione umana hanno fornito prove inequivocabili sulla connessione tra cancro e tabacco e recenti ricerche sul DNA umano hanno permesso di identificare il "bersaglio" del fumo da tabacco, dimostrando come un derivato della sostanza cancerogena benzopirene prenda di mira i geni umani, provocando il cancro.
La ricerca sul cancro ha messo in particolare evidenza le disparità tra fisiologia degli esseri umani e fisiologia degli altri animali. Molti tra questi, particolarmente ratti e topi sintetizzano nel loro organismo circa 100 volte la quantità di vitamina C consigliata giornalmente per prevenire il cancro nell'uomo.
Lo stress che un animale subisce per il fatto di essere manipolato, messo in un ambiente ristretto e in isolamento altera la sua fisiologia e introduce un'ulteriore variabile sperimentale, che rende ancora più difficoltosa l'estrapolazione dei risultati agli esseri umani. Lo stress sugli animali in laboratorio può fare aumentare la suscettibilità a malattie infettive e a certi tumori, come pure può influenzare i livelli degli ormoni e degli anticorpi, i quali a loro volta possono alterare il funzionamento di vari organi.
Oltre che nella ricerca medica, gli animali vengono anche utilizzati in laboratorio per verificare l'innocuità di farmaci e altre sostanze chimiche. Anche in questo caso i test possono rivelarsi inutili o controproducenti in quanto in specie di verse danno spesso risultati contrastanti. Per esempio, nel 1988 Lester Lave della Carnegie Mellon University ha riferito, sulla rivista "Nature", che esperimenti condotti sia su ratti sia su topi, per verificare il potere cancerogeno di 214 composti, hanno dato risultati concordanti solo nel 70 per cento dei casi. A maggior ragione la correlazione tra roditori ed esseri umani dovrebbe essere più bassa. David Salsburg della Pfizer Central Research, utilizzando gli standard stabiliti dal National Cancer Institute, ha notato che, su 19 sostanze chimiche, note per essere cancerogene nell'uomo, solo sette causano il cancro nei topi e nei ratti.
In effetti, molte sostanze che sembravano sicure negli studi condotti sugli animali e che avevano ricevuto l'approvazione della Food and Drug Administration per essere utilizzate in soggetti umani, sono risultate, in seguito, pericolose. Il milrinone, un farmaco che fa aumentare la gittata cardiaca, accresce la sopravvivenza dei ratti affetti da un'insufficienza cardiaca indotta artificialmente. Invece, nei pazienti umani con una grave insufficienza cardiaca cronica la somministrazione dello stesso farmaco ha fatto registrare un incremento di mortalità del 30 per cento. La fialuridina, un farmaco antivirale, sembrava sicura nelle prove eseguite sugli animali, mentre ha causato grave insufficienza epatica in sette pazienti su 15 (cinque di essi sono morti a causa del trattamento e due sono stati sottoposti a trapianti di fegato). Agli inizi degli anni ottanta l'antidolorifico zomepirac era ampiamente usato ma, dopo essere stato implicato in ben 14 decessi e in centinaia di reazioni allergiche che avevano messo a repentaglio la vita dei pazienti, è stato ritirato dal commercio. La nomifensina, un antidepressivo con tossicità minima nei ratti nei conigli, nei cani e nelle scimmie, ha provocato negli esseri umani tossicosi epatica e anemia, effetti rari ma gravi, e talvolta fatali, che hanno costretto il produttore a ritirare il farmaco dal commercio pochi mesi dopo averlo introdotto nel 1985.
Questi terribili errori non sono semplici aneddoti. Il General Accounting Office statunitense ha passato in rassegna 198 nuovi farmaci dei 209 commercializzati tra il 1976 e il 1985 e ha trovato che, per il 52 per cento, essi presentavano "gravi rischi emersi dopo l'approvazione" e non previsti dai test sugli animali o su prove limitate, effettuate su esseri umani. Questi rischi sono stati definiti come reazioni avverse, che potevano portare al ricovero in ospedale, a invalidità o addirittura a morte. Come risultato, i farmaci suddetti hanno dovuto essere corredati da nuove istruzioni o ritirati dal commercio. E, naturalmente, non è possibile stimare quanti farmaci, potenzialmente utili, siano stati abbandonati sulla base di test fuorvianti.
I ricercatori hanno a disposizione metodi migliori dei test sugli animali: studi epidemiologici, sperimentazioni cliniche, osservazioni cliniche sostenute da test di laboratorio, coltura in vitro di cellule e tessuti, studi autoptici, esami endoscopici e biopsie, metodi di indagine per immagini. E l'epidemiologia molecolare, una scienza emergente che collega i fattori genetici, metabolici e biochimici a dati epidemiologici sull'incidenza delle malattie, promette di diventare uno strumento prezioso per identificare le cause delle malattie umane.
Si consideri il successo delle ricerche sulle malattie cardiovascolari. Le prime indagini epidemiologiche compiute su esseri umani hanno evidenziato i principali fattori di rischio per la malattia cardiaca, tra cui l'alto tasso di colesterolo, il fumo e l'ipertensione arteriosa. I ricercatori hanno quindi agito su questi fattori in prove controllate, eseguite in soggetti umani, per esempio nel multicentrico Lipid Research Clinics Trial, realizzato negli anni settanta e ottanta. Questi studi hanno illustrato, tra le molte altre cose, che abbassare dell'1 per cento il tasso di colesterolo ematico riduceva di almeno il 2 per cento il rischio di malattia cardiaca. I risultati delle autopsie e gli esami biochimici hanno chiarito l'esistenza di ulteriori legami tra fattori di rischio e malattia, indicando che i soggetti con diete a elevato contenuto di grassi subiscono precocemente, nel corso dell'esistenza, alterazioni a carico delle arterie. E studi su pazienti con malattie cardiache hanno indicato che, adottando una dieta vegetariana a basso contenuto di grassi, effettuando esercizio fisico regolare, interrompendo l'abitudine al fumo e controllando lo stato di tensione, le placche aterosclerotiche possono diminuire.
Analogamente, studi sull'infezione da HIV effettuati sull'uomo hanno chiarito come viene trasmesso il virus e hanno indirizzato i programmi di intervento. Ricerche in vitro con cellule e siero umani hanno permesso di identificare il virus dell'AIDS e di capire come provochi la malattia Gli studi in vitro sono stati utilizzati anche per stabilire l'efficacia e l'innocuità di importanti farmaci contro l'AIDS, come l'AZT, il 3TC e gli inibitori delle proteasi. Dalle indagini su soggetti umani stanno anche emergendo nuove ipotesi come quelle relative all'esistenza di fattori genetici e ambientali che contribuiscono a determinare la malattia o conferiscono resistenza a essa.
Certamente sono molti gli animali utilizzati nella ricerca sull'AIDS, ma senza grandi risultati tangibili. Per esempio, gli studi sulle scimmie, di cui si è tanto parlato e che si sono serviti del virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV) in condizioni innaturali, hanno fatto ritenere che il sesso orale comporti un rischio di trasmissione. Non hanno contribuito però a chiarire se con questa modalità l'HIV venga o meno trasmesso nei soggetti umani. In altri casi, gli studi su animali hanno fornito informazioni già note attraverso altri esperimenti. Nel 1993 e 1994 Gerard J. Nuovo e collaboratori alla State University di New York a Stony Brook hanno determinato il percorso effettuato nel corpo femminile dall'HIV (il virus attraversa le cellule della cervice e passa, quindi, ai vicini linfonodi), utilizzando studi su campioni di cervice e di linfonodi umani. In seguito, gli sperimentatori della New York University hanno introdotto il SIV nella vagina di femmine di reso, quindi hanno ucciso e dissezionato questi animali; il loro lavoro, pubblicato nel 1996, è giunto alla stessa conclusione circa il percorso compiuto dal virus rispetto ai precedenti studi condotti su soggetti umani.
Le ricerche sulle malattie congenite si sono basate molto sulla sperimentazione animale, dimostrando tuttavia una scarsa capacità di previsione riguardo all'uomo. L'incidenza della maggior parte delle malattie congenite è in costante aumento. Servono studi epidemiologici per risalire ai possibili fattori genetici e ambientali associati a questo tipo di infermità, proprio come gli studi sull'uomo hanno permesso di collegare il carcinoma polmonare al fumo e le malattie cardiache al colesterolo. Queste indagini hanno già fornito informazioni di vitale importanza (l'individuazione della connessione tra alterazioni del tubo neurale e carenza di acido folico e l'identificazione della sindrome fetale da alcool). Tuttavia, sono indispensabili altre ricerche sull'uomo.
Le osservazioni su soggetti umani si sono dimostrate di incalcolabile importanza anche nella ricerca sul cancro. Parecchi studi hanno dimostrato che i pazienti affetti da questa malattia, che seguono diete povere di grassi e ricche di ortaggi e frutta, vivono più a lungo e hanno minor rischio di recidive. Dobbiamo ora verificare quali diete specifiche siano più utili nei vari tipi di cancro.
La questione di quale ruolo abbia avuto la sperimentazione animale in passato non ha importanza per quanto riguarda l'attuale ricerca o il controllo dell'innocuità di un trattamento. Prima che fossero elaborate le tecniche di coltura in vitro, gli animali erano usati abitualmente per ospitare agenti infettivi. Vi sono oggi poche malattie per le quali si procede ancora così: i metodi moderni per la produzione di vaccini sono più sicuri ed efficaci. I test di tossicità per valutare l'effetto dei farmaci sono stati in gran parte sostituiti da test di laboratorio sofisticati, senza la partecipazione di animali.
I "modelli" animali sono, nel migliore dei casi, una buona imitazione delle condizioni umane, ma nessuna teoria può essere approvata o respinta sulla base di un'analogia. Cionondimeno, quando si discute sulla validità di teorie contrapposte in medicina e in biologia si citano spesso come prova gli studi condotti su animali. In un contesto di questo tipo, gli esperimenti sugli animali servono, in primo luogo, come accorgimento retorico. E, utilizzando differenti tipi di animali in differenti protocolli, gli sperimentatori possono trovare prove a sostegno di qualunque teoria Per esempio, si sono utilizzati esperimenti sugli animali sia per provare sia per negare il ruolo cancerogeno del fumo.
I famosi esperimenti di Harry Harlow sulle scimmie, realizzati negli anni sessanta all'Università del Wisconsin, hanno comportato la separazione dei piccoli dalle madri e il mantenimento di alcuni di loro in isolamento per un anno. Essi hanno danneggiato i piccoli sul piano emotivo e sono solo serviti a dimostrare la necessità del contatto con la madre, un fatto già ben stabilito dalle osservazioni compiute su bambini in tenera età.
Chi svolge ricerche con animali difende il proprio lavoro citando il ruolo svolto nel passato dagli esperimenti sugli animali nei progressi compiuti dalla medicina. Queste interpretazioni sono spesso errate. Per esempio, i sostenitori dell'impiego di animali puntano spesso sul significato che questi hanno avuto nella ricerca sul diabete, mentre studi effettuati sull'uomo da Thomas Cawley, Richard Bright e Apollinaire Bouchardat, nei secoli XVIII e XIX, avevano già evidenziato l'importanza delle lesioni a carico del pancreas nel diabete. Inoltre, gli studi su soggetti umani, compiuti nel 1869 da Paul Langerhans, hanno condotto alla scoperta delle cellule pancreatiche che producono insulina. A dire il vero, bovini e suini sono stati, in passato, le fonti primarie di insulina ma oggi l'insulina prodotta attraverso le biotecnologie rappresenta l'agente terapeutico standard che ha rivoluzionato il modo in cui i diabetici riescono a convivere con la loro malattia.
Anche a proposito dei famigerati effetti del talidomide, qualcuno ha sostenuto che test su animali avrebbero potuto far prevedere le alterazioni provocate dal farmaco. Eppure la maggior parte delle specie utilizzate in laboratorio non presenta quel tipo di alterazione degli arti che si osserva nei figli delle donne che hanno assunto talidomide in gravidanza; ciò avviene solo nei conigli e in alcuni primati. In quasi tutti i test riguardanti le malattie congenite non è facile decidere se gli esseri umani sono più simili agli animali che sviluppano tare congenite o a quelli che non le sviluppano.
In questo articolo non abbiamo accennato alle obiezioni etiche alla sperimentazione animale. Negli ultimi decenni, gli scienziati hanno imparato ad apprezzare la grande complessità della vita degli animali, compresa la capacità di comunicare, le strutture sociali e i repertori emozionali. Ma anche le sole questioni pragmatiche dovrebbero bastare a spingere scienziati e Governi a dare una diversa destinazione ai fondi per la ricerca.
L'impiego di animali nella ricerca e nei test è solo una delle numerose procedure di indagine disponibili. Secondo noi la sperimentazione animale, pur essendo talvolta promettente dal punto di vista teorico, non è molto adatta ad affrontare i problemi sanitari più gravi come quelli relativi alle malattie cardiovascolari, al cancro, agli ictus, all'AIDS e alle malattie congenite. In molti casi gli esperimenti sugli animali possono fuorviare i ricercatori o addirittura possono causare la malattia o il decesso di pazienti non essendo idonei a far prevedere gli effetti tossici che i farmaci possono avere nell'uomo. Fortunatamente si può ricorrere a metodi più affidabili, che rappresentano un investimento assai migliore dei fondi di ricerca.
I primi passi di una scoperta scientifica coincidono spesso con osservazioni inaspettate, che costringono i ricercatori a riconsiderare le teorie esistenti e a formulare ipotesi che spieghino meglio i loro dati. Molte delle anomalie osservate negli esperimenti sugli animali sono, invece, dovute semplicemente alla peculiare fisiologia della specie in esame, ai mezzi innaturali con i quali la malattia è stata indotta o all'ambiente stressante del laboratorio. Situazioni del genere sono estranee alla patologia umana e verificare le ipotesi tratte da queste osservazioni è una perdita di tempo e danaro.
Gli animali vengono prevalentemente utilizzati in laboratorio come "modelli": mediante manipolazione genetica, interventi chirurgici o iniezione di sostanze estranee, i ricercatori producono in essi patologie che costituiscono un modello delle condizioni umane. Questo paradigma della ricerca e però irto di difficoltà. Le pressioni evolutive hanno prodotto sottili, ma significative, differenze tra le specie. Ogni specie ha molteplici sistemi di organi che hanno interazioni complesse. Uno stimolo applicato a un particolare sistema di organi perturba l'insieme delle funzioni organiche secondo modalità spesso imprevedibili. Questa incertezza mina gravemente la possibilità di estrapolare i dati ottenuti con un animale ad altre specie animali uomo compreso.
Risultati fuorvianti ottenuti in esperimenti sugli animali hanno in molti casi addirittura ritardato i progressi in campo medico. David Wiebers e collaboratori della Mayo Clinic, descrissero nel 1990 sulla rivista &laqno;Stroke» uno studio in cui si dimostrava che su 25 composti in grado di indurre nei roditori, nei gatti e in altri animali il danno da ischemia cerebrale nessuno risultava efficace nell'uomo. Essi attribuirono questi risultati deludenti a disparità tra il modo in cui gli ictus si manifestano naturalmente nei soggetti umani e il modo in cui essi sono stati indotti sperimentalmente negli animali. Per esempio, un animale sano colpito da un ictus non subisce quel danno progressivo delle arterie che svolge generalmente un ruolo cruciale negli ictus che colpiscono i soggetti umani. Negli anni venti e trenta, gli studi sulle scimmie portarono a grossolani errori di valutazione, che causarono ritardi nella lotta contro la poliomielite. Quegli esperimenti indicavano che il poliovirus infettava principalmente il sistema nervoso; in seguito, si stabilì che ciò avveniva perché i ceppi virali somministrati per via nasale avevano sviluppato artificialmente un'affinità per il tessuto cerebrale. La conclusione errata, che contraddiceva i precedenti studi sull'uomo, secondo cui la via primaria di infezione era il sistema gastrointestinale, fece indirizzare male le misure preventive e ritardò la produzione di un vaccino. Nel 1949 la ricerca su cellule umane in vitro dimostrò per la prima volta che il virus poteva essere coltivato su tessuti non nervosi, prelevati dall'intestino e dagli arti. Ma ancora agli inizi degli anni cinquanta, venivano utilizzate per la produzione di vaccini cellule di scimmie; di conseguenza, milioni di individui furono esposti a virus delle scimmie, potenzialmente dannosi.
Un'ulteriore dimostrazione dell'inadeguatezza della ricerca sugli animali si ebbe negli anni sessanta. Gli scienziati dedussero da numerosi esperimenti su animali che il fumo di tabacco inalato non causava carcinomi polmonari (in realtà il catrame, spalmato sulla cute dei roditori, faceva sviluppare tumori, ma questi risultati furono giudicati meno importanti degli studi sul fumo inalato). Per molti anni ancora la lobby del tabacco riuscì a sfruttare questi studi per ritardare i provvedimenti governativi e per scoraggiare i medici dall'intervenire nelle abitudini dei loro pazienti riguardo al fumo.
Come è ben noto, gli studi sulla popolazione umana hanno fornito prove inequivocabili sulla connessione tra cancro e tabacco e recenti ricerche sul DNA umano hanno permesso di identificare il "bersaglio" del fumo da tabacco, dimostrando come un derivato della sostanza cancerogena benzopirene prenda di mira i geni umani, provocando il cancro.
La ricerca sul cancro ha messo in particolare evidenza le disparità tra fisiologia degli esseri umani e fisiologia degli altri animali. Molti tra questi, particolarmente ratti e topi sintetizzano nel loro organismo circa 100 volte la quantità di vitamina C consigliata giornalmente per prevenire il cancro nell'uomo.
Lo stress che un animale subisce per il fatto di essere manipolato, messo in un ambiente ristretto e in isolamento altera la sua fisiologia e introduce un'ulteriore variabile sperimentale, che rende ancora più difficoltosa l'estrapolazione dei risultati agli esseri umani. Lo stress sugli animali in laboratorio può fare aumentare la suscettibilità a malattie infettive e a certi tumori, come pure può influenzare i livelli degli ormoni e degli anticorpi, i quali a loro volta possono alterare il funzionamento di vari organi.
Oltre che nella ricerca medica, gli animali vengono anche utilizzati in laboratorio per verificare l'innocuità di farmaci e altre sostanze chimiche. Anche in questo caso i test possono rivelarsi inutili o controproducenti in quanto in specie di verse danno spesso risultati contrastanti. Per esempio, nel 1988 Lester Lave della Carnegie Mellon University ha riferito, sulla rivista "Nature", che esperimenti condotti sia su ratti sia su topi, per verificare il potere cancerogeno di 214 composti, hanno dato risultati concordanti solo nel 70 per cento dei casi. A maggior ragione la correlazione tra roditori ed esseri umani dovrebbe essere più bassa. David Salsburg della Pfizer Central Research, utilizzando gli standard stabiliti dal National Cancer Institute, ha notato che, su 19 sostanze chimiche, note per essere cancerogene nell'uomo, solo sette causano il cancro nei topi e nei ratti.
In effetti, molte sostanze che sembravano sicure negli studi condotti sugli animali e che avevano ricevuto l'approvazione della Food and Drug Administration per essere utilizzate in soggetti umani, sono risultate, in seguito, pericolose. Il milrinone, un farmaco che fa aumentare la gittata cardiaca, accresce la sopravvivenza dei ratti affetti da un'insufficienza cardiaca indotta artificialmente. Invece, nei pazienti umani con una grave insufficienza cardiaca cronica la somministrazione dello stesso farmaco ha fatto registrare un incremento di mortalità del 30 per cento. La fialuridina, un farmaco antivirale, sembrava sicura nelle prove eseguite sugli animali, mentre ha causato grave insufficienza epatica in sette pazienti su 15 (cinque di essi sono morti a causa del trattamento e due sono stati sottoposti a trapianti di fegato). Agli inizi degli anni ottanta l'antidolorifico zomepirac era ampiamente usato ma, dopo essere stato implicato in ben 14 decessi e in centinaia di reazioni allergiche che avevano messo a repentaglio la vita dei pazienti, è stato ritirato dal commercio. La nomifensina, un antidepressivo con tossicità minima nei ratti nei conigli, nei cani e nelle scimmie, ha provocato negli esseri umani tossicosi epatica e anemia, effetti rari ma gravi, e talvolta fatali, che hanno costretto il produttore a ritirare il farmaco dal commercio pochi mesi dopo averlo introdotto nel 1985.
Questi terribili errori non sono semplici aneddoti. Il General Accounting Office statunitense ha passato in rassegna 198 nuovi farmaci dei 209 commercializzati tra il 1976 e il 1985 e ha trovato che, per il 52 per cento, essi presentavano "gravi rischi emersi dopo l'approvazione" e non previsti dai test sugli animali o su prove limitate, effettuate su esseri umani. Questi rischi sono stati definiti come reazioni avverse, che potevano portare al ricovero in ospedale, a invalidità o addirittura a morte. Come risultato, i farmaci suddetti hanno dovuto essere corredati da nuove istruzioni o ritirati dal commercio. E, naturalmente, non è possibile stimare quanti farmaci, potenzialmente utili, siano stati abbandonati sulla base di test fuorvianti.
I ricercatori hanno a disposizione metodi migliori dei test sugli animali: studi epidemiologici, sperimentazioni cliniche, osservazioni cliniche sostenute da test di laboratorio, coltura in vitro di cellule e tessuti, studi autoptici, esami endoscopici e biopsie, metodi di indagine per immagini. E l'epidemiologia molecolare, una scienza emergente che collega i fattori genetici, metabolici e biochimici a dati epidemiologici sull'incidenza delle malattie, promette di diventare uno strumento prezioso per identificare le cause delle malattie umane.
Si consideri il successo delle ricerche sulle malattie cardiovascolari. Le prime indagini epidemiologiche compiute su esseri umani hanno evidenziato i principali fattori di rischio per la malattia cardiaca, tra cui l'alto tasso di colesterolo, il fumo e l'ipertensione arteriosa. I ricercatori hanno quindi agito su questi fattori in prove controllate, eseguite in soggetti umani, per esempio nel multicentrico Lipid Research Clinics Trial, realizzato negli anni settanta e ottanta. Questi studi hanno illustrato, tra le molte altre cose, che abbassare dell'1 per cento il tasso di colesterolo ematico riduceva di almeno il 2 per cento il rischio di malattia cardiaca. I risultati delle autopsie e gli esami biochimici hanno chiarito l'esistenza di ulteriori legami tra fattori di rischio e malattia, indicando che i soggetti con diete a elevato contenuto di grassi subiscono precocemente, nel corso dell'esistenza, alterazioni a carico delle arterie. E studi su pazienti con malattie cardiache hanno indicato che, adottando una dieta vegetariana a basso contenuto di grassi, effettuando esercizio fisico regolare, interrompendo l'abitudine al fumo e controllando lo stato di tensione, le placche aterosclerotiche possono diminuire.
Analogamente, studi sull'infezione da HIV effettuati sull'uomo hanno chiarito come viene trasmesso il virus e hanno indirizzato i programmi di intervento. Ricerche in vitro con cellule e siero umani hanno permesso di identificare il virus dell'AIDS e di capire come provochi la malattia Gli studi in vitro sono stati utilizzati anche per stabilire l'efficacia e l'innocuità di importanti farmaci contro l'AIDS, come l'AZT, il 3TC e gli inibitori delle proteasi. Dalle indagini su soggetti umani stanno anche emergendo nuove ipotesi come quelle relative all'esistenza di fattori genetici e ambientali che contribuiscono a determinare la malattia o conferiscono resistenza a essa.
Certamente sono molti gli animali utilizzati nella ricerca sull'AIDS, ma senza grandi risultati tangibili. Per esempio, gli studi sulle scimmie, di cui si è tanto parlato e che si sono serviti del virus dell'immunodeficienza delle scimmie (SIV) in condizioni innaturali, hanno fatto ritenere che il sesso orale comporti un rischio di trasmissione. Non hanno contribuito però a chiarire se con questa modalità l'HIV venga o meno trasmesso nei soggetti umani. In altri casi, gli studi su animali hanno fornito informazioni già note attraverso altri esperimenti. Nel 1993 e 1994 Gerard J. Nuovo e collaboratori alla State University di New York a Stony Brook hanno determinato il percorso effettuato nel corpo femminile dall'HIV (il virus attraversa le cellule della cervice e passa, quindi, ai vicini linfonodi), utilizzando studi su campioni di cervice e di linfonodi umani. In seguito, gli sperimentatori della New York University hanno introdotto il SIV nella vagina di femmine di reso, quindi hanno ucciso e dissezionato questi animali; il loro lavoro, pubblicato nel 1996, è giunto alla stessa conclusione circa il percorso compiuto dal virus rispetto ai precedenti studi condotti su soggetti umani.
Le ricerche sulle malattie congenite si sono basate molto sulla sperimentazione animale, dimostrando tuttavia una scarsa capacità di previsione riguardo all'uomo. L'incidenza della maggior parte delle malattie congenite è in costante aumento. Servono studi epidemiologici per risalire ai possibili fattori genetici e ambientali associati a questo tipo di infermità, proprio come gli studi sull'uomo hanno permesso di collegare il carcinoma polmonare al fumo e le malattie cardiache al colesterolo. Queste indagini hanno già fornito informazioni di vitale importanza (l'individuazione della connessione tra alterazioni del tubo neurale e carenza di acido folico e l'identificazione della sindrome fetale da alcool). Tuttavia, sono indispensabili altre ricerche sull'uomo.
Le osservazioni su soggetti umani si sono dimostrate di incalcolabile importanza anche nella ricerca sul cancro. Parecchi studi hanno dimostrato che i pazienti affetti da questa malattia, che seguono diete povere di grassi e ricche di ortaggi e frutta, vivono più a lungo e hanno minor rischio di recidive. Dobbiamo ora verificare quali diete specifiche siano più utili nei vari tipi di cancro.
La questione di quale ruolo abbia avuto la sperimentazione animale in passato non ha importanza per quanto riguarda l'attuale ricerca o il controllo dell'innocuità di un trattamento. Prima che fossero elaborate le tecniche di coltura in vitro, gli animali erano usati abitualmente per ospitare agenti infettivi. Vi sono oggi poche malattie per le quali si procede ancora così: i metodi moderni per la produzione di vaccini sono più sicuri ed efficaci. I test di tossicità per valutare l'effetto dei farmaci sono stati in gran parte sostituiti da test di laboratorio sofisticati, senza la partecipazione di animali.
I "modelli" animali sono, nel migliore dei casi, una buona imitazione delle condizioni umane, ma nessuna teoria può essere approvata o respinta sulla base di un'analogia. Cionondimeno, quando si discute sulla validità di teorie contrapposte in medicina e in biologia si citano spesso come prova gli studi condotti su animali. In un contesto di questo tipo, gli esperimenti sugli animali servono, in primo luogo, come accorgimento retorico. E, utilizzando differenti tipi di animali in differenti protocolli, gli sperimentatori possono trovare prove a sostegno di qualunque teoria Per esempio, si sono utilizzati esperimenti sugli animali sia per provare sia per negare il ruolo cancerogeno del fumo.
I famosi esperimenti di Harry Harlow sulle scimmie, realizzati negli anni sessanta all'Università del Wisconsin, hanno comportato la separazione dei piccoli dalle madri e il mantenimento di alcuni di loro in isolamento per un anno. Essi hanno danneggiato i piccoli sul piano emotivo e sono solo serviti a dimostrare la necessità del contatto con la madre, un fatto già ben stabilito dalle osservazioni compiute su bambini in tenera età.
Chi svolge ricerche con animali difende il proprio lavoro citando il ruolo svolto nel passato dagli esperimenti sugli animali nei progressi compiuti dalla medicina. Queste interpretazioni sono spesso errate. Per esempio, i sostenitori dell'impiego di animali puntano spesso sul significato che questi hanno avuto nella ricerca sul diabete, mentre studi effettuati sull'uomo da Thomas Cawley, Richard Bright e Apollinaire Bouchardat, nei secoli XVIII e XIX, avevano già evidenziato l'importanza delle lesioni a carico del pancreas nel diabete. Inoltre, gli studi su soggetti umani, compiuti nel 1869 da Paul Langerhans, hanno condotto alla scoperta delle cellule pancreatiche che producono insulina. A dire il vero, bovini e suini sono stati, in passato, le fonti primarie di insulina ma oggi l'insulina prodotta attraverso le biotecnologie rappresenta l'agente terapeutico standard che ha rivoluzionato il modo in cui i diabetici riescono a convivere con la loro malattia.
Anche a proposito dei famigerati effetti del talidomide, qualcuno ha sostenuto che test su animali avrebbero potuto far prevedere le alterazioni provocate dal farmaco. Eppure la maggior parte delle specie utilizzate in laboratorio non presenta quel tipo di alterazione degli arti che si osserva nei figli delle donne che hanno assunto talidomide in gravidanza; ciò avviene solo nei conigli e in alcuni primati. In quasi tutti i test riguardanti le malattie congenite non è facile decidere se gli esseri umani sono più simili agli animali che sviluppano tare congenite o a quelli che non le sviluppano.
In questo articolo non abbiamo accennato alle obiezioni etiche alla sperimentazione animale. Negli ultimi decenni, gli scienziati hanno imparato ad apprezzare la grande complessità della vita degli animali, compresa la capacità di comunicare, le strutture sociali e i repertori emozionali. Ma anche le sole questioni pragmatiche dovrebbero bastare a spingere scienziati e Governi a dare una diversa destinazione ai fondi per la ricerca.
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