lunedì 13 agosto 2007

Testimonianza anonima di una ragazza orvietana e del suo rapporto col coming out

In un mondo sbagliato dubbi e paure in una piccola realtà cittadina

a cura di Raffaella Zajotti


Come hai vissuto la tua consapevolezza di essere omosessuale?

Sono una ragazza e sono gay. Premetto che non mi piace utilizzare il termine “lesbica”, in quanto nella nostra società viene utilizzato in senso dispregiativo ed offensivo. Da bambina ero di natura bisessuale, in quanto il mio essere non faceva distinzioni tra maschi e femmine. Penso che la forma e la natura sessuale e fisica delle persone non sia determinante od ostacolante nelle scelte, nei sentimenti, nelle preferenze sessuali, in quanto alimentate e spinte più da una congenialità tra le anime che tra i corpi. Non mi piace ridurre l’amore a sesso e a semplice procreazione. Il sesso secondo me è l’espressione naturale e consequenziale di un sentimento di amore, di una sintonia tra individui e di un’attrazione inevitabilmente anche fisica, in quanto siamo costituiti anche di materia. Ho preso consapevolezza della mia vera identità sessuale a 12 anni, quando ho realizzato che il sentimento che provavo nei confronti di un’altra ragazza era di amore e non di attrazione. Ho scoperto di essere gay a 12 anni passando le pene dell’inferno per quattro anni, crogiolandomi nella mia disperazione tra il senso di colpa, la convinzione di essere sbagliata, malata, la paura di non essere accettata, amata, la paura di rimanere sola, le punizioni che mi autoinfliggevo, e tutto questo nel silenzio, talmente grave era la mia paura. Sono caduta in una spirale autodistruttiva ed autopunitiva che tuttora, che vivo la mia sessualità serenamente, continua ad influenzare la mia vita. Nel mio disperato tentativo di annientare la mia natura, alimentato dalla paura di essere sbagliata, e per questo abbandonata, ciò che rimaneva della mia anima gioiosa, altruista, fiduciosa erano solo odio, sfiducia, rabbia. Una vera bomba pronta ad esplodere ogniqualvolta entravo in contatto con me stessa o con il mondo. Una maschera di durezza ed impenetrabilità alimentata dall’odio che provavo nei confronti di me stessa e dell’uomo che aveva creato un mondo così meschino ed ingiusto, odio che si accresceva in maniera esponenziale quanto più diventavo consapevole dell’abisso di contraddizione e di assurdità in cui il mondo era sprofondato, ed io ero prigioniera delle sue reti assassine. Le mie riflessioni, alimentate da un disperato tentativo di sopravvivenza, mi hanno portata alla consapevolezza di poter affermare che un mondo dominato dalla violenza, dall’egoismo sfrenato, dalla crudeltà e dall’arrivismo di chi calpesta tutti i principi umani innati, dalle guerre e dall’annientamento dei deboli non poteva essere giusto. Questo mondo dominato dall’assurdo non poteva essere accettato passivamente, per la sua natura essenzialmente ingiusta. Dovevo scegliere: forse il mondo è giusto, mi ero detta, e come tale attua il “bene”, io non posso che essere sbagliata o meglio, come si afferma, malata. Io, in quanto frutto di una natura o personalità deviata, non posso far altro che reprimere i miei sentimenti per cercare di cambiare e guarire, io sono sbagliata, devo cambiare e per farlo devo negare la mia natura, devo reprimere i miei sentimenti, e perciò annullarmi, usufruendo dei subdoli meccanismi di autodistruttività ed autopunizione che sono insiti nella mentalità umana, nell’inconscio collettivo. A 12 anni, quando ero un piccolo essere vulnerabile e disorientato ho agito, seppur inconsapevolmente, basandomi su questa tesi. Cosa ho ottenuto? Frustrazione, disperazione, odio, volontà di distruzione e soprattutto autodistruzione, repressione, profondo dolore e bisogno di fuggire, di annientarmi, morire. Il mio fine è di essere felice senza negare la felicità altrui e di nutrire la felicità nel mondo per quanto possibile nel mio piccolo. Posso scegliere da una parte tra l’infelicità e la morte e dall’altra la felicità, sempre nel rispetto di quella altrui. Dal momento che, seguendo il consiglio della società, reco a me stessa ed alle persone che mi vogliono bene solo dolore sia nel vivere infelicemente la mia vita sia nel decidere di non vivere più, il pensiero dell’uomo non è conforme al mio obiettivo e cioè vivere la mia vita serenamente e non danneggiare l’umanità. Nell’amare una persona del mio stesso sesso non commetto nessun crimine e non faccio male a nessuno.Come si è comportata la gente con te a scuola e nella tua realtà?Sono stata fortunata perché nella mia realtà familiare non ho incontrato nessun tipo di ostacolo. In seguito al mio coming out a scuola, fortunatamente tra le mie amicizie sono sempre stata attratta da persone con una certa apertura mentale e quindi non ho trovato impedimenti. Inoltre sono convinta che quelli che non mi accettano per quello che sono in realtà non mi vogliono bene (o non sono capaci di farlo) e quindi non ha senso. Non mi interessa l’opinione di coloro che non mi accettano per quello che sono. Il più grande ostacolo, comunque, l’ho trovato in me stessa, con le mie paure, i condizionamenti, la paura di essere malata, il senso di colpa, l’odio nei confronti di me stessa per il mio orientamento sessuale, l’impulso di autoannientamento che ne deriva …. Queste dinamiche malate l’ho acquisite passivamente dalla società e rappresentano il mio peggior nemico. Quando mi sono liberata da tutto ciò che non era mio e cioè da ciò che mi era stato inculcato dalla società, la quale reputo sia costruita su fondamenta erronee e per di più traballanti, ho iniziato un percorso che mi sta portando nella direzione dell’amore, e non dell’odio nei confronti di me stessa.

Pensi sia giusto fare coming out?

È giusto vivere ciò che si è, è giusto ricercare la felicità, finchè questa non implichi il nocumento altrui (infatti questo discorso non vale per i pedofili, violentatori etc. poiché viene totalmente negata la volontà e la libertà della vittima) Sì, penso che fare coming out possa aiutare anche gli altri a trovare il coraggio per farlo e quindi vivere in armonia con se stessi. Perché mi devo sacrificare per uniformarmi ad un mondo che è sbagliato, la cui anima è malata? Non vale la pena negare la propria natura per aderire e sottostare ad un mondo sbagliato, per un’umanità malata i cui principi base, consapevolmente o inconsapevolmente sono il giudizio, il senso di colpa e la punizione, inevitabilmente figli della mentalità cattolica. In Italia vengono negati i diritti umani poiché, nonostante si dichiari uno stato “laico” agisce e pensa secondo i dogmi ed i principi religiosi. La superbia ed il senso di onnipotenza hanno portato l’uomo a decidere cosa sia il bene e cosa il male. È sbagliato tutto ciò che danneggia l’anima dell’umanità, del mondo, dell’universo e del cosmo, dell’intera esistenza. È sbagliata la violenza, l’odio, il pregiudizio, la colpa, la punizione, non l’amore che non può danneggiare in quanto principio di vita , in quanto energia che alimenta il mondo. “È l’amor che muove tutte le cose”, diceva Dante, non ciò che smentisce e fa crollare le strutture erronee che stanno alla base della mentalità umana, mentalità per altro acquisita passivamente, malattia ancestrale… Se il fine ultimo dell’uomo è la felicità, nel rispetto dei principi elementari, e quindi dell’intima natura di ogni individuo, è inconcepibile la sua realizzazione nell’ambito della repressione e della paura di essere se stesso. A mio avviso l’omosessualità non può essere considerata patologia in quanto non si contrappone ai principi umani e universali, in quanto naturale espressione d’amore e l’amore, a meno che non sia legato alle molteplici forme di violenza, non può nuocere. L’omosessualità non è una patologia. Patologiche sono le relazioni che implicano forme di violenza come la pedofilia, lo stupro e la voglia di fare del male all’altro, non rispettando la sua bellezza e la sua dignità, la sua perfezione, anzi disprezzandolo. Questo è un aspetto di cui soffrono sia le relazioni omosessuali che le relazioni eterosessuali patologiche. Non è chi partecipa alla relazione a determinarne la natura perversa o patologica, ma il modo di vivere l’amore che hanno coloro che vi partecipano. Purtroppo la convinzione che l’omosessualità sia una malattia, una cosa talmente sbagliata da combattere, da sconfiggere o addirittura “guarire” è talmente radicata nella mentalità italiana da essere accettata come “verità assoluta” e come tale immodificabile.

Cos’ è per te la discriminazione?

Dal mio punto di vista la discriminazione è una dinamica di difesa che associa al diverso da sé una minaccia alla propria autoaffermazione ed autoconservazione; una volta stabilita la supremazia (di un individuo o di un gruppo di individui che si costituiscono anche in gruppi ideologici e religiosi) tramite convinzioni erronee, ci si sente in diritto ed in dovere di mettere in atto la propria “superiorità”, sfociando inevitabilmente nella violenza fisica, psicologica e spirituale. Quando la discriminazione sfocia nel fanatismo il fine giustifica i mezzi. È quello che è successo nelle crociate, nell’olocausto ebraico, nello sterminio dei nativi americani, nella schiavizzazione dei popoli, nello sterminio degli omosessuali, negli abomini dell’inquisizione, nelle guerre ideologiche ed in tutte le guerre. La discriminazione è anche un’attitudine che deriva dalla convinzione che la propria sia l’unica verità possibile, pertanto indiscutibile ed incontrastabile.Poiché l’autoconservazione a sua volta trae vita dall’istinto di sopravvivenza, che è un sentimento legato alla paura, essa trova risoluzione nel dominio, della sottomissione, e nell’eliminazione della minaccia nei casi più estremi. L’uomo, a mio avviso, per difendersi da tutto ciò che individua come minaccia, attacca; raramente scappa, poiché fuggire lo fa sentire preda della vita, più debole, mentre attaccare lo fa sentire potente, superiore. Ancor più raramente cerca la comprensione del “diverso da se”, (se ci riflettiamo bene non esiste il diverso da se come categoria assoluta, bensì solo il diverso in relazione ad un’idea stereotipata di normalità) attraverso una sana comunicazione di un ascolto profondo esente da GIUDIZIO, che, se praticati, porterebbero sicuramente ad un miglioramento in tal senso. Ciò che ho compreso, arrivata a questo punto del mio viaggio attraverso la vita (questo è il mio pensiero e non voglio imporlo a nessuno!) è che la discriminazione è frutto di un allontanamento dell’umanità dai propri valori spirituali ed interiori (non religiosi!) o meglio si è allontanato dalla propria essenza e dalla propria anima. Se l’uomo in contatto col proprio spirito, che a sua volta è parte del mondo, comprenderebbe o meglio sentirebbe che l’amore è l’unica via d’uscita dalla sofferenza poiché è realtà vivente (e tutto vive), è manifestazione creativa di tale essenza. Il male si genera allorché l’Io o Ego si allontana dalla natura della propria anima, che è energia vitale e creativa, immettendo nell’universo energie distruttive mosse da una profonda sofferenza, che cresce in maniera esponenziale ogniqualvolta ci si separa da ciò che intimamente è.Dal momento che credo che non esista separazione e che l’uomo sia tuttuno e tutto sia profondamente collegato, nuocere a noi stessi nuoce il tutto e nuocere il tutto porta nocumento a noi stessi.

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